Passeggiata letteraria al Cimitero Acattolico di Roma

Cimitero. La freddezza di questa parola resa automatica dalla quotidianità. Va riscaldata. Oggi, il caldo autunno romano sembra aiutarci, oggi non siamo andati a vedere delle fredde lapidi ma a riflettere su chi vi giace sotto e quel pensiero automatico e freddo per un attimo è stato cancellato. Oggi siamo andati da John e Percy, Keats e Shelley. Dopo aver visto i luoghi da loro vissuti, siamo andati da loro, uomini ormai polvere, accompagnati dai loro libri e un po’ anche dalla loro voce. Inglesi venuti a Roma per la riscoperta dell’antico, per la bellezza della nostra cultura, per quei versi che furono dipinti su una luce fatta di divinità.

Allora mi levo e, scalando il bel domo celeste,
trascorro dei monti le vette
e le onde, lasciata alla spuma del mar la mia veste
di fuoco, il mio passo incorona
le nubi; le grotte risplendono, e l’aria alle strette
mie nude, la Terra fiorente abbandona.

Io son la pupilla con cui dentro sé l’Universo
Riguarda e conoscesi Dio;
ed ogni armonia di strumento, ogni ritmo di verso,
o farmaco o luce od incanto
che dalla natura o dall’arte prorompano, è mio:
la sola vittoria corona il mio canto

E la voce di una poetessa tra noi, Alessandra Carnovale, ha dato inizio alla nostra passeggiata coi versi dell’Inno ad Apollo di Shelley, dedicato alla bellezza scultorea che mosse schiere di inglesi alla volta di Roma.

Apollo

Ci sono tante persone in questo giardino che hanno una storia da raccontare. Abbiamo scelto quelle che più rispondevano alla nostra idea inglese, romantica e letteraria. Nel silenzio rotto dai nostri passi, sul passo di qualche silenzioso gatto custode di questo luogo, arriviamo da Maria.

La raffigura una statua mesta, nella tristezza della rassegnazione. Lei, di sedici anni, pressoché sconosciuta principessa russa, davanti alla porta che falsa porta è, di fattura magistrale, attende pensierosa il suo destino. La sua anima si è ormai separata dal corpo e non sa se varcare quella soglia che conduce all’eternità. Ora che non sono più viva, che ne sarà di me? E lì dove andrò, ci saranno Elsbeth e Rosa?

Maria Obolensky

Foto di luceradente.it

Elsbeth Passarge, Rosa Bathurst e Maria Obolensky, belle, coetanee, nobili, morirono a molti anni di distanza l’una dall’altra, ma vogliamo annullare questo tempo mortale per immaginarle insieme, almeno una volta, in quei salotti letterari/culturali/musicali tanto à la mode nella Roma dell’Ottocento. Vogliamo fantasticare e vederle una sera, venire presentate alla società dai parenti, in quelle case e ville che oggi sono musei, dei Colonna, dei Verospi, degli Spada… timide, intraprendenti, preoccupate… una russa, una tedesca, una inglese, che non si capivano in quelle tre lingue tanto diverse ma che con lo sguardo si trovarono. Domani mi sposo, diceva Elsbeth… andiamo da lei allora.

E quasi come un passo obbligato, saliamo dalla Psiche che svetta su una colonna. È la metafora di questo luogo: l’anima che si spoglia delle sue vesti mortali per salire al cielo. Il sole la illumina da dietro… è un’immagine abbagliante.

Statua di Psiche

Foto di mvl-monteverdelegge.blogspot.it

Piccola, quadrata e quasi anonima, la tomba di Elsbeth Passarge, signorina di classe della società tedesca, è raffigurata in una nicchia, distesa su un letto. Elsbeth, che morì a diciassette anni nella sua prima notte di nozze.. dal sonno alla morte, senza rendersene conto…

Elsbeth Passarge

Le Mura Aureliane ci accompagnano verso un gruppetto di amici, il solito micio si fa vedere e scappa: ma dove vanno tutte queste persone? Coi libri in mano? Ah, se passano di qua vanno da Percy, per forza e con quella tizia con una mappa scarabocchiata… se non lo trovano mi tocca accompagnarli… mio caro micio, non sottovalutare un’archeologa… eccoci Percy, eccoci.

Shelley

Foto di qohelet.altervista.org

Sei un po’ lontano dal tuo amico John, ma solo col corpo, le vostre anime sono unite così come lo furono in vita; a distanza tu lo pensavi scrivendogli un poema, Adonais, che ritenevi “degno sia di lui sia di me”. Un trio di amici, John, Percy e quello svitato di Byron che se andava a fare feste e festini a Venezia. Percy, preoccupato per la salute di John, scrisse a Byron: “Voglio essere il medico del suo corpo e della sua anima”. Come se lo sentisse, come se avesse ricevuto lui quella lettera, John risponde: “Liberami, adesso, come quel Prometeo, Percy!”. Aiutami! Aiuto! Ho paura! Non di morire ma di morire solo. Che ne sarà del mio corpo quando io non ci sarò più dentro?

Percy viaggia, deve distogliere i pensieri da quella vita che sembra votata alla battaglia quotidiana. Percy sfida il mare e “respingeva ogni consiglio e si gettava nella barca per vivere in quell’elemento che doveva essergli tomba”, così narra Guido Biagi, nel 1921 e “quella volta ancora, il demone del mare, che spiava la preda, aveva aperto le ali ed era fuggito”. Non rischiò una, due, tre volte ma tante di più salendo su quella barca verso l’avventura. L’8 luglio 1822 salpa su una goletta per tornare a Viareggio. Circostanze ancora misteriose avvolgono il naufragio. Il giorno prima, la moglie Mary, quasi come presagio leggeva Le ultime lettere di Jacopo Ortis… le ultime lettere… ultime… Percy muore e lei non scriverà più nulla sul suo diario fino al 2 ottobre: “Buonanotte, Buon Diario, Diario dedicato al Silenzio, alla notte e a Shelley”. Il suo amore è straziato, la voce di Percy svanisce, come si spegne la potente immagine della sua vita.

Cingo il trono del sole
Con una fascia incendiata
E quello della luna
Con un filo di perle,
e quando il turbine spiega
il mio vessillo
i vulcani si spengono
e le stelle oscillano

Cantava la luce, così come Mary raccontava il buio. La goletta affondò portandoselo dietro, la goletta si chiamava Ariel, lo spirito della tempesta e da La Tempesta di Shakespeare, dal canto di Ariel, il suo migliore amico, Edward Trelawny trasse l’epitaffio della sua tomba:

Niente di lui si dissolve
Ma subisce una metamorfosi marina
In qualcosa di fertile straordinario

E se il suo corpo non fosse stato restituito dal mare, forse Edward avrebbe aggiunto i due versi che lo precedevano:

Ormai coralli sono le sue ossa
Sono perle i suoi occhi di una volta

In tasca Percy aveva l’Iperione di John. Ancora il sole, il titano della luce…

Edward fu sepolto accanto all’amico ma in vita fece di più, si gettò sulla pira crematoria e bruciandosi un braccio afferrò il cuore di Percy, quello che fu sepolto con Mary, in Inghilterra, tranne un pugnetto di cenere, trovato dai figli in un libro, Adonais, ancora di John, ancora John…

C’è un angelo affranto poco lontano, è la scultura di William Wetmore Story e di tutto il suo dolore ma noi dobbiamo ancora conoscere Rosa… è vicina… arrivederci Percy…

Emelyn_Story_Tomba_(Cimitero_Acattolico_Roma)

1824, Rosa Bathurst, sedici anni, bella, bellissima, la virtuale amica di Elsbeth e Maria, eccola, nella tomba che la raffigura mentre un angelo vola verso di lei.

Rosa Bathurst

Centocinquant’anni dopo o giù di lì, la musicologa Fernanda Pivano raccontò la storia di Rosa a un amico. Rosa che scivolò nel fiume, nel Tevere, a Ponte Milvio, nel fango e che fu trovata cinque mesi dopo, nello stesso punto, intatta… Gino Castaldo, giornalista, questa storia la conosceva, l’aveva già sentita… ma dove? In una poesia, sì e non si chiamava Rosa, perché l’autore volle darle un nome diverso…

Ciao Rosa o Marinella, scegli tu, ti lasciamo, ti abbiamo fatto sentire la tua canzone e vogliamo credere a Gino, sei proprio tu la ragazza che cantò Fabrizio De André, quella che l’Angelo della Morte amò al punto di portarla via pur non rassegnandosi a questo ingrato compito.

Siamo all’ombra, ci avviamo al sole, costeggiamo la Piramide Cestia e nel giardino in un angolino arriviamo alla dimora dei nostri due ultimi amici, John e Joseph. Vicini. Anche loro migliori amici.

Jpeg

Ho raccontato del suo amore, quello di John Keats per Fanny Brawne che al primo colpo… niente Fanny, sei bruttarella… e poi: “Per l’anima mia vi ho amata fino all’estremo”, “Scrivete le parole più tenere e baciatele, che almeno io possa posare le mie labbra dove furono le vostre”. Fanny non vide la sofferenza dell’amato, non quella fisica, ne lesse quella dell’anima, nelle lettere… ti amo Fanny, ti voglio, ma forse, la tomba è meglio, lì non soffrirei più.

Jpeg

Joseph Severn, pittore, amico, gli fu chiesto di descrivere quel luogo ultimo, John voleva sapere dove sarebbe stato sepolto e così ci dice Joseph: “Le violette erano i suoi fiori preferiti e si rallegrò nel sentire che erano sparse tra le tombe. Quando sentì le mie parole mi assicurò che già aveva avuto la sensazione dei fiori che gli crescevano sopra”.

Siamo stati un mese fa nella stanza in cui morì John. Là, dove ancora Joseph raccolse le sue ultime parole: “Severn… io… sollevami, sto morendo, morirò sereno, non temere, sii forte e ringrazia Dio perché è finita”. Morì quasi addormentandosi, non aveva più polmoni per respirare.

Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua

Anni dopo, Oscar Wilde venne qui e facendo l’Oscar Wilde, si sdraiò vicino la tomba di Keats, gli scrisse un sonetto e si dichiarò: “mezzo innamorato della carta che ha toccato la sua mano”.

Dobbiamo passeggiare ancora, verso l’uscita, camminare… “quando si cammina desti, nella direzione che si vuole, da tutto ciò nascono le immagini della poesia”, lo diceva Cortàzar… ci crediamo, è quasi mezzogiorno, l’ora preferita di John:

Dio del Mezzogiorno e dell’Est e dell’Ovest
Verso di te vola l’anima mia,
mentre il mio corpo viene spinto verso terra

A presto John, Percy, avete passeggiato con noi, vogliamo credervi in quel paradiso che Borges immagina “come una grande biblioteca”.

 

Alessandranna D’Auria

 

 

 

 

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Passeggiata letteraria al Cimitero Acattolico di Roma

Alla scoperta della Roma degli Inglesi

La nostra passeggiata inizia tornando indietro nel tempo e non certo nel 1800. No. Indietro, molto di più, almeno nel 146 a. C. quando Roma comincia la sua espansione verso la Grecia, culminata nel 27 a. C., per mano di Ottaviano, poi Augusto primo imperatore, che annette la regione greca d’Acaia al suo regno in espansione. Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio. Il poeta Orazio fu molo chiaro: la Grecia fu conquista ma conquistò il vincitore e diffuse le arti dell’agreste Lazio. In quel momento Roma inizia ad assorbire la bellezza delle forme scultoree, copiando e ricopiando quel che di più sublime la Grecia produsse.

1489, Anzio, vengono scoperti in modo casuale due statue di fattura greca. Una di queste darà vita alla pagina più bella della letteratura archeologica che sia mai stata scritta e per penna di un tedesco, Johann J. Winckelmann: “Il complesso delle sue forme sollevasi sovra l’umana natura e ‘l suo atteggiamento mostra la grandezza divina che lo investe. Una primavera eterna, qual regna ne’ Beati Elisi, spande sulle virili forme d’un età perfetta i tratti della piacevole gioventù e sembra che una tenera morbidezza scherzi sull’altera struttura delle sue membra. Vola, o tu che ami i monumenti dell’arte, vola col tuo spirito fino alla regione delle bellezze incorporee e diventa un creatore di una natura celeste per riempire l’alma tua coll’idea d’un bello sovrumano”. Era ed è l’Apollo del Belvedere, l’uomo più bello che la storia della scultura conosca.

Di fronte a questa statua il mondo dell’arte, della cultura, di ogni scienza umanistica, si fermò. I disegnatori del tempo, che erano i fotografi di oggi, produssero centinaia di incisioni, acquerelli, schizzi a matita che lo raffiguravano, mandandoli in giro per il mondo, col chiaro messaggio: Grecia sì, ma anche grecità a Roma. Il nome dello scultore Leochares divenne famoso ovunque, lui, nel suo IV sec. a. C. aveva dato a generazioni future un motivo per lasciare la casa e intraprendere quel cosiddetto Grand Tour alla ricerca della bellezze e di quell’Idea del Bello, corrente di pensiero partita nel Seicento, che culminerà nell’Ottocento e nel Neoclassicismo pittorico. Nobili, aristocratici e chiunque poteva permettersi un viaggio in Italia, arrivò nel nostro paese in cerca della bellezza che riempisse gli occhi, il cuore e l’ispirazione.

Ed eccoli i nostri inglesi, che qualcosa di romano l’avevano anche loro e lo riscoprirono nel 1844 nelle forme del Vallo di Adriano e del Vallo di Antonino, ultimo confine al limes della Scozia attuale. Nel 1807 iniziano gli scavi a Roma, sotto l’egida vaticana, là, nella terra “dove splende sempre il sole”, come diceva Lord Byron, gli inglesi videro nascere una città per loro moderna e una città antica che risorgeva.

Pochi anni dopo quell’inizio vero e proprio dell’archeologia, un trio di ragazzi “particolari”, pensatori, poeti, aspiranti alla libertà, spinti dalla corrente del Grand Tour, giunsero a Roma, in tempi diversi e si sfiorarono, amici che tenevano l’uno i libri in tasca dell’altro: il romantico quanto malato John, il ribelle sostenitore dell’amore libero e vegetariano Percy, l’anticonformista e libertino George. O Keats, Shelley, Byron. E ora comincia la passeggiata, in loro compagnia…

NPG 1234; Percy Bysshe Shelley by Amelia Curran

Via Sistina. Immaginatela sterrata, per carrozze che portavano di continuo verso dei monumenti abbastanza recenti per l’alba del 1800. Una carrozza si ferma al numero 7, anche noi, vediamo scendere una signora, elegante, col cappello, i guanti e una valigetta. Al vetturino dirà qualcosa in italiano stentato, d’altronde è nuova ed irlandese. Le fa strada un uomo, che paga la corsa, inglese, il suo modello, si chiama Percy. Quella sera si fa ritrarre, in posa da scrittore, coi colori scuri e gotici di una letteratura macabra. Ma lui non racconta, lui pensa, mentre viaggia con quella signorina irlandese e mentre ne sposa una inglese. Pensa che la poesia deve avere una funzione sociale, deve insegnare a pensare, a pensare in modo giusto e tramite immagini aeree che sono un canto alla libertà. Bellezza e felicità… cambiano il mondo. Percy Bysshe Shelley… passò di qua… al numero 7 di via Sistina, nel silenzio di un giorno qualunque, in un appartamento che odorava di colori a olio e dove si mangiavano verdure, chiacchierando in inglese… il suo amico George vive già da un po’ a Venezia, dove nessun ha da ridire sulla sua vita libertina.

Lasciamo la pittrice Amelia Curran alla sua opera, anche lei troverà la morte a Roma e sarà sepolta a un passo da casa, nella chiesa di S. Ildebrando di Toledo, poco più in là del numero 7…

Proseguiamo fino all’obelisco egizio ai piedi della chiesa settecentesca di Trinità dei Monti. La città offre un panorama che i nostri tre amici e noi amiche di oggi possiamo intravedere tra la folla… il tempo corre, abbiamo un appuntamento ma prima… scendiamo le scale di S. Sebastianello, la chiesetta di cui rimane solo l’abside, una fontanella e due piccioni… imbocchiamo via del Babuino. Lo sapete no? Si chiama così per quella statua di Sileno talmente brutta che da brutta, a brutta come un babbuino il passo è breve. Non lo raggiungiamo, ci fermiamo al numero 78-9 ove un tempo vi era l’albergo preferito dei turisti americani e dunque Hotel d’Amèrique. Finita l’ondata americana, toccò agli inglesi e dunque cambio di nome, Hotel d’Inghilterra, sempre dimora di pittori, scrittori… scrittrici, George Eliot, donna con nome da uomo, autrice del celebre Middlemarch, si affacciava a una di quelle finestre, alte, in stile ottocentesco puro e magari vedeva la finestra di una palazzina poco più avanti, dove… un attimo, andiamo a vederla… Torniamo indietro, è il momento di passare per quei vicoletti o diverticoli che calpestarono i nostri amici inglesi, alla luce di lanterne accese al tramonto, con bastoni, stoppini e olio vecchio.

In Via Bocca di Leone numero 41 ebbero casa i coniugi Browning o, come recita la targa, Roberto ed Elisabetta, poeti e innamorati del nostro paese perché: “le sue memorie eterne, attestano che l’Italia è immortale”. Stessa strada, altro scrittore, americano naturalizzato inglese, Henry James, autore di Ritratto di Signora. Ci pensiamo un attimo… certo che di qui passarono le penne che ci hanno lasciato le pagine più belle della letteratura…

Qualcuno si ferma sotto la finestra dei Browning… “Rob! Eliza! Tè?”. Scendono i due sposi, per vicoli stretti, all’ombra, dai portoni monumentali, che ci portano in Via dei Condotti, dove un tempo l’acquedotto dell’Aqua Virgo scendeva dal Pincio, dietro Trinità dei Monti. Qualcosa di inglese c’è anche qui, è l’Antico Caffè Greco, il locale che dal 1760 è un unicum artistico: clienti normali e clienti speciali, quelli che lasciarono le loro firme, le loro opere scritte e disegnate, dipinte e cantate. Entrano i Browning, siedono al tavolino… non entriamo, li lasciamo chiacchierare coi loro amici, artisti anche loro.

JohnKeats1819_hires

In un punto della via, vi era una trattoria, detta della lepre. Spande i suoi profumi… è sera, la cena è tutta italiana… entra un giovane, chiede qualcosa da mangiare, da portare via, qualcosa di caldo, fumante, che odora di casa. Si accende un lume poco distante, a una finestra che guarda su Piazza di Spagna. Per noi è giorno, per chi ha acceso la fiammella è notte, spunta la luna, la vede da quella casina rossa, è un ragazzo, siede allo scrittoio, coi cassettini pieni di pennini, inchiostro, quaderni… è appena arrivato a Roma, per respirare aria di cultura e aria salubre per la sua malattia. L’amico, Joseph, entra con la cena presa alla trattoria. Mangiano insieme, davanti al caminetto, e poi ognuno di loro fa quel che sa fare per dono di natura, uno scrive, uno dipinge. Il soggetto è il loro sogno. Di lì a poco, Joseph Severn avrebbe pensato alle ultime volontà del suo amico John Keats. Era il 1821. Un anno dopo, un amico lontano, Percy viene portato a Roma, le sue ceneri raggiungono John, il suo cuore va con la moglie Mary, Mary Shelley, in Inghilterra. Si spegne la lucina della Casina Rossa. La riaccendiamo noi che, oggi, guidate dalla passione per i libri, non possiamo fare a meno di stupirci nelle strette stanze, colme di libri, manoscritti e dipinti… i libri, quelli sono stati scritti da persone con un sogno, quello che oggi noi possiamo leggere, immaginare e vivere ogni volta…

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La Casina Rossa o Keats-Shelley House è nata per volere di tre poeti, Rodd, Underwood e Gay per ventiduemila dollari, inaugurata da re Vittorio Emanuele III fu aperta al pubblico ufficialmente nel 1909. Libri, reliquie, atmosfere antiche… la nostra passeggiata finisce qui, è iniziato l’autunno, ci piace questa stagione, si passeggia, si parla di libri, ci si conosce, ci si dà appuntamento alla prossima, George muore in Grecia non lo andiamo a trovare, ma John e Percy ci aspettano qui, a Roma, città che ogni volta ci dà tutto di sé…

Alessandranna D’Auria

Alcune foto della Passeggiata letteraria (23 settembre 2017)

Alla scoperta della Roma degli Inglesi

Elizabeth von Arnim, una donna indipendente

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, flower-ed

Perché proprio una biografia di Elizabeth von Arnim? In molti mi hanno rivolto questa domanda, dopo aver scoperto l’esistenza di Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim (flower-ed 2017). E devo dire che i volti smarriti di molte persone al mio nominare l’autrice sarebbero di per sé una risposta sufficiente! Se infatti anche chi non appartiene alla purtroppo esigua schiera dei “lettori forti” ha sentito nominare almeno una volta nella vita scrittrici come Jane Austen e le sorelle Bronte (o conosce almeno per sentito dire le loro opere), Elizabeth von Arnim è spesso completamente sconosciuta anche a molti lettori. Eppure, caso anomalo quando si parla di scrittrici straniere del passato, tutte le sue opere sono state tradotte in italiano e risultano facilmente reperibili anche in edizione economica. Perché allora Mary Annette Beauchamp, nota al pubblico dell’epoca semplicemente come “Elizabeth” (dal nome dell’alter-ego letterario che lei stessa aveva creato), pur essendo stata tanto celebre in vita fatica ad affermarsi tra i lettori di oggi? Questa è la domanda che mi frulla in testa da quando ho iniziato a conoscere, approfondire e apprezzare sempre più i suoi romanzi. Non certo perché non sia una scrittrice moderna, anzi. Forse oserei dire che lo è fin troppo. Ma i suoi romanzi non sono classificabili in un genere ben definito, e questo spesso disorienta chi desidera sapere con esattezza cCarmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, flower-edosa aspettarsi da un romanzo. Credo poi che la sua affilata ironia, ben nascosta in trame apparentemente banali e frivole, non sempre venga compresa. Inoltre, sebbene ella sia inequivocabilmente una scrittrice femminista e ribelle, la sua ribellione alla gabbia in cui vivevano le donne di fine ’800/inizio ’900 non è espressa apertamente mediante eroine rivoluzionarie che vanno a combattere fucile alla mano per prendersi la propria libertà: queste eroine, si sa, riscuotono subito il favore del pubblico odierno (e piacciono molto anche a me!), ma la ribellione di Elizabeth è diversa. È quella molto più sottile e silenziosa, ma ben più efficace, di chi difende in primo luogo la propria libertà interiore. Perché lei aveva capito che prima di potersi liberare da qualsiasi tirannia esteriore è assolutamente necessario essere indipendenti e padroni di se stessi. E i suoi libri possono insegnarci come fare.

L’intento di questa piccola biografia, in cui gli eventi della vita dell’autrice si intrecciano a quelli delle eroine uscite dalla sua penna, è proprio incuriosirvi e spingervi a conoscerla meglio attraverso i suoi romanzi. Credetemi, non ve ne pentirete!

Carmela Giustiniani

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, coll. Windy Moors, vol 11, flower-ed 2017

Elizabeth von Arnim, una donna indipendente

Di un saggio vintage che ci ha catturati: Alice Law e Branwell Brontë

800Una letteratura che dava voce a tutti. È quella che agli inizi del Novecento vide la diffusione di arringhe pro e contro scrittori coevi più o meno famosi. La biografia critica nata dalla penna di Alice Law è uno dei pochi testi dedicati alla famiglia Brontë, nello specifico a Patrick Branwell una settantina di anni dopo la scomparsa e risoltasi come tentativo di rivalutarne la figura denigrata e attaccata da chi per partito preso fiancheggiò le sorelle, facendo passare quell’unico fratello per una disgrazia che segnò la loro vita.

Il testo cerca di assolvere a questo compito nei primi quattro capitoli, ma è con gli ultimi due che lo scopo dell’autrice assume una veste “pericolosa”, quasi ardimentosa, per usare un termine dal sapore arcaico.

La Law è totalmente ossessionata dal rimettere in piedi l’onore di Branwell da perdersi in un labirinto di elucubrazioni che dovrebbero risolvere una questione “fastidiosa” sorta all’indomani del 1860-70, quando iniziarono a comparire dubbi (poco più che pettegolezzi) sulla authorship di Cime tempestose.

La questione verte tutta sull’affermazione che fu Branwell a scrivere quel romanzo e non Emily. Ma chi fece quest’affermazione e come?

In un primo momento la Law ci informa di una dichiarazione proprio dell’interessato, ma poi scopriamo che fu William Dearden, un conoscente di Branwell, a metterla in giro. Questo ci fa credere, come di certo fu ovvio, che anche gli amici del giovane vollero rivalutarne la reputazione, osando un simile azzardo. Permane la confusione nell’esposizione dei fatti. Branwell affermò mai di essere l’autore di un romanzo dall’impronta marcatamente maschie, come diceva la Law? Oppure ne scrisse solo una parte? Oggi sappiamo che le teorie confusionarie e i resoconti storici traviati sono solo un tentativo appassionato e quasi tenero di cancellare l’esagerata onta abbattutasi dalle penne dei detrattori, e sulle quali la Law costruì le sue appassionate teorie. Tuttavia esse non poggiano su solide basi.

Patrick Branwell BrontëAbbiamo espresso il nostro pensiero nel volume dedicato all’epistolario di Branwell, E come un sogno la vita vola. Qui vi diciamo soltanto che tutti i Brontë viaggiavano sul binario delle affinità letterarie e che, se anche scrissero di eventi diversi, alla fine è facile trovarvi un denominatore comune che giustifica somiglianze di eventi e linguaggi. Anche solo sfumature, talvolta impercettibili. Il Brontë-pensiero era nato dalla stessa fonte dell’infanzia, delle serate solitarie spese a inventare giochi e sogni che saranno base comune di ogni loro scritto, di fama o no, siano essi romanzi o lettere, ove si scambiano sentimenti e passioni con la stessa tragica fatalità.

Alessandranna D’Auria

 

Patrick Branwell Brontë, E come un sogno la vita vola. Lettere 1835-1848, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Windy Moors, vol. 9, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo

Alice Law, Patrick Branwell Brontë, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Windy Moors, vol. 10, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo

Di un saggio vintage che ci ha catturati: Alice Law e Branwell Brontë

Nuovi libri per l’estate

Elizabeth von Arnim e Walt Whitman approdano in flower-ed!

CHIAMATEMI ELIZABETH
Cari lettori, questo mese vi presento due libri a dir poco straordinari: la biografia di una scrittrice molto amata e un romanzo americano tradotto da flower-ed per la prima volta in italiano.

Chiamatemi Elizabeth

Il primo libro in uscita questo mese è una splendida biografia di Elizabeth von Arnim. Nata dalla penna di Carmela Giustiniani, blogger, appassionata di classici e membro della Elizabeth von Arnim Society, desidera promuovere la figura della scrittrice e portarla all’attenzione dei lettori italiani. Nonostante il successo dei suoi romanzi, infatti, biografie e saggi su di lei sono totalmente assenti nella nostra lingua. O almeno lo erano fino a questo momento: il volume rompe finalmente il silenzio e ci racconta la vita di questa autrice “piccola e bionda” che “aveva una grande vitalità e un’innata gentilezza venata d’ironia”.

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, coll. Windy Moors, vol. 11, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo.
In uscita il 14 luglio.

VITA E AVVENTURE DI JACK ENGLE
O capitano! Mio capitano! Chi non ha amato questi versi di Walt Whitman, anche solo per averli ascoltati nel travolgente film L’attimo fuggente? Quello che vi sto per presentare è il romanzo, tradotto dal nostro Riccardo Mainetti, grazie al quale quei versi nacquero.

800

Pubblicato in forma anonima nel 1852, cadde nell’oblio fino ad alcuni mesi fa quando Zachary Turpin, ricercatore della University of Houston, a seguito di alcune ricerche d’archivio e seguendo gli indizi forniti dai giornali dell’epoca, si è imbattuto nell’unica copia cartacea esistente e – era il febbraio del 2017 – ne ha dato notizia al mondo. Ambientato a New York, è un romanzo dalle atmosfere dickensiane, in cui le vicende di un avvocato corrotto, una giovane indifesa e l’orfano Jack Engle si intrecciano tra ingiustizie sociali e soprusi sui più deboli.

Walt Whitman, Vita e avventure di Jack Engle, trad. Riccardo Mainetti, coll. Five Yards, vol. 6, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo.
In uscita il 20 luglio.

Il nostro catalogo sta diventando sempre più ricco e pregiato, grazie alla pubblicazione di opere introvabili prima d’ora in italiano e che offrono nuovi elementi importanti per la conoscenza dei classici della letteratura. Posso essere un po’ orgogliosa di tutto questo?

Nuovi libri per l’estate

La biografia di Branwell Brontë

Cari lettori, dopo aver pubblicato le lettere di Branwell Brontë, proseguiamo nelle celebrazioni del suo Bicentenario con un nuovo libro. Senza troppe parole ma con grande emozione, vi presento in anteprima la meravigliosa copertina che abbiamo realizzato per la biografia di Alice Law, Patrick Branwell Brontë, tradotta ora per la prima volta in italiano. Il fascino della brughiera, la magia della nebbia… Un sogno, non trovate?

800

Pubblicata nel 1923, questa biografia ha il chiaro intento di rivalutare la figura di Branwell Brontë, il cui talento era stato troppo a lungo sminuito dai suoi detrattori, e di attribuirgi la paternità di Cime tempestose. L’autrice lo fa con tenerezza e con amore, non con arroganza. Ed è per questo che abbiamo scelto di tradurre la presente opera fra le altre: per ascoltare la voce di chi scrisse per amore del protagonista delle vicende narrate.
Voglio ancora una volta ringraziare la nostra traduttrice Alessandranna D’Auria, che reputo la maggiore esperta italiana della famiglia Brontë, per aver messo, come sempre, tutto l’impegno, la cura e la competenza in questo lavoro e per averci permesso di consegnare ai lettori italiani una nuova perla letteraria.

Alice Law, Patrick Branwell Brontë, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Windy Moors, vol. 10, flower-ed 2017. In uscita il 26 giugno, per il compleanno di Branwell, in ebook e cartaceo.

L’avventura Windy Moors cominciava nell’autunno del 2015. A distanza di un anno e mezzo circa siamo giunti al decimo volume della collana che diventa mese dopo mese uno scrigno di tesori sempre più numerosi e apprezzati. La strada fatta è stata entusiasmante e piena di soddisfazioni e quella da percorrere è ancora lunga e ricca di opere da riportare alla luce, di scrittori da riscoprire e approfondire.

La biografia di Branwell Brontë

Il poeta della brughiera. Per la nascita di Patrick Branwell Brontë

Patrick Branwell BrontëIl 2017 si è portato via il bicentenario della nascita di Charlotte Brontë, lasciandoci la possibilità di celebrare anche quello del fratello Branwell con una pubblicazione è stata una scelta sentita e al contempo obbligata. Scegliere cosa tradurre della sua infinita ma sfortunata produzione letteraria ha significato navigare a lungo nell’indecisione. Se guardiamo i fatti, Branwell non fu un vero scrittore in vita. La sua prosa è piuttosto articolata e dispersiva, forse per questo già a suo tempo non ebbe fortuna. Le poche poesie (circa ventuno) che vennero pubblicate sui giornali locali (Halifax Guardian, Leeds Intelligencer ecc.) non andarono oltre i confini dello Yorkshire.

Tuttavia, tra le centinaia di pagine che scrisse, ve ne sono alcune che a sua insaputa, per il lettore moderno e lo studioso in particolare, rappresentano un esempio di alta letteratura, quella che lui non avrebbe comunque mai pensato di pubblicare. Siamo entrati nel suo intimo e se i diari storicamente rappresentano la più verace espressione dell’io, in questo caso il diario di Branwell è costituito dal suo epistolario. È lì che confessa se stesso, che piange, che ama e anche se qualcuno, conosciuti gli eventi, le ha considerate esagerate in talune espressioni, questo non fa che confermare il tormento della sua vita sfortunata e il desiderio di essere ascoltato durante un cammino di sofferenza che inevitabilmente lo condusse alla morte.

Il suo dolore principale, fonte di rammarico e mortificazione fu il mancato successo. Ma non pensiamo a un’effimera fama materiale. No. Gli sarebbe bastato trovare un lavoro e tenerselo a vita. Non vi riuscì e altri eventi avversi non fecero che rincarare le dosi di quel dispiacere senza fine.

Negli anni lo si è definito in diversi modi, ognuno di questi lo caratterizzava come fratello invisibile, nell’ombra, nella nebbia, sempre e comunque un passo indietro alle sorelle, evanescente come nel quadro che dipinse ritraendole e cancellandosi. Un presagio.

Le lettere ce lo mostrano soltanto desideroso di agire di farsi strada nel mondo e lentamente quel desiderio mutò la luce in buio, in un inspiegabile quanto struggente desiderio di morte, lui che con la morte convisse fin da bambino e che morte cantò nei suoi versi più belli.

Poeta sottovalutato per alcuni, poeta talentuoso ma incompiuto per altri, dotato di un’elegante e innata vena romantica che peccò di malinconico eccessivo struggimento, Branwell era a suo agio con la rima, con le visioni oscure, con luci offuscate, con marosi e colline battute da venti di tempesta. Alcune composizioni, è vero, rivelano una certa ingenuità ma non per questo restano indegne di essere tradotte anche nella nostra lingua.

greifTuttavia proporre delle poesie ci è parso mancasse quell’elemento biografico, quasi confessionale, che cercavamo. Ecco che invece le lettere ci consegnano l’uomo, il poeta, il lavoratore, il malato. È difficile sceglierne una che lo rappresenti totalmente e una tantum anche uno di quegli schizzi che includeva nelle epistole indirizzate all’amico Leyland. Forse nel cosiddetto “Our Lady of Greif” concentra la causa della sua resa alla vita. Allegato alla lettera del 28 aprile 1846, Branwell raffigura la sua amata Lydia Robinson (donna sposata di diciassette anni più grande di lui) nel momento peggiore della sua sofferenza, al capezzale di un marito-padrone che nella fantasia romantica di Branwell presto sarebbe rimasta vedova e libera di sposarlo. Non sappiamo quanto c’era di vero in quella storia, ma di certo l’estremizzazione poetica e artistica è per noi il segnale di quanto Branwell sognasse, desiderasse una vita senza affanni, per scrivere, disegnare.

Solo lui conosceva la verità, non sappiamo quanta ne nascose o quanto rivelò di vero o fantasioso, di sicuro non siamo in diritto di giudicare ma solo in dovere di capire i perché della sua scelta di vita-morte, ognuno di noi con la propria sensibilità. Ognuno combatte a modo proprio, secondo quel che riesce a fare e non fare, lui fu vittima non solo dell’avversità o del destino, ma anche di una moltitudine di detrattori coevi e postumi che ne infangarono la memoria. Ecco perché la dedica di questo libro è stata affidata alle parole di poeta contemporaneo e italiano, in quell’inno alla vita di Angelo Branduardi che invita alla riflessione, in modo che chiunque legga questo libro capisca che: “non è da tutti catturare la vita, non disprezzate chi non ce la fa”.

Alessandranna D’Auria

 

Patrick Branwell Brontë, E come un sogno la vita vola. Lettere 1835-1848, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Windy Moors, vol. 9, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Il poeta della brughiera. Per la nascita di Patrick Branwell Brontë