Una stella luminosa: Jean Webster

The classic design of a wedding invitation with flowering roses, plants, white flowers and leaves. Elegant vertical card template. Vector illustration.Una scrittrice brillante e ironica, ma anche una donna meravigliosa e gentile, che si preoccupava del prossimo e che voleva migliorare il mondo che le stava attorno.
Questa era Jean Webster. Ma allora perché si ha l’impressione che sia stata dimenticata?
Nata a Fredonia, in America, nel 1876, primogenita di una famiglia di letterati e femministe, Jean ha respirato fin dall’infanzia queste idee progressiste facendole proprie e infonendole in seguito nelle sue opere.
Ogni suo libro è una boccata d’aria fresca. Lo stile è eccezionalmente sagace, fresco e frizzante. Le protagoniste dei suoi romanzi non sono donne che chinano il capo sottomesse al ruolo marginale di mogli e madri che il mondo ha preconfezionato per loro. Le sue eroine lottano fino alla fine per la realizzazione dei loro sogni. Sono donne forti, emancipate, che desiderano e pretendono l’indipendenza e il riconoscimento del proprio valore.
Nell’arco della sua breve vita Jean Webster scrisse otto libri, il più noto è certamente Papà Gambalunga. La romantica storia di Judy Abbott e Jervis Pendleton ha accompagnato la mia infanzia e dopo ben ventisei anni li ho felicemente ritrovati nel suo sequel, Caro Nemico.
I personaggi creati dalla sua penna sono così amati che si ha voglia di ricominciare da capo la lettura, per ritrovarli, per ascoltare nuovamente la loro voce e le loro storie.6
Jean Webster era la pronipote del famoso scrittore americano Mark Twain, ma non se n’è mai vantata. Anzi: si vergognava di palesare in pubblico tale parentela. Come scoprirete leggendo la biografia, Mark Twain lascerà un segno oscuro nella famiglia Webster e tra di loro resterà un alone di tensione e disagio.
Nonostante tutto, Jean è sempre stata una donna estremamente positiva e ottimista. C’è sempre il sole dietro le nuvole, come scriverà all’interno del suo romanzo Ragazze americane. Lei lo pensava veramente. Ci credeva fino in fondo.
Leggerezza e profondità: sono entrambe necessarie nella vita, così come le luci e le ombre. Le sue idee moderne e la sua incredibile freschezza lasciavano sbigottiti i suoi contemporanei.
Laureatasi al Vassar College, Jean era una donna colta, spiritosa, indipendente ed estremamente curiosa. Adorava gli animali, la campagna e viaggiare per il mondo. L’Italia avrà sempre un posto speciale nel suo cuore, tanto che a due delle sue opere regalerà un’ambientazione italiana, la nazione che, secondo Jean, era in grado rapire il cuore con una sorta di incantesimo.8
Jean Webster morirà nel 1916 a soli trentanove anni, proprio nel culmine del suo successo letterario. Lascerà un marito, una figlia neonata, a cui verrà donato il suo stesso nome per omaggiarla, e tanti progetti letterari incompiuti.
Ci sarebbe così tanto da dire su Jean Webster. La cosa più bella è che rimane tuttora una scrittrice amata sia dai bambini che dagli adulti e che ancora, a oltre un secolo dalla sua morte prematura, ci dona importanti spunti su cui riflettere.
La mia biografia si propone di riscoprirla in tutte le sue sfumature, di ridonarle la luce e l’attenzione che merita. Ma in realtà la sua stella non si è mai spenta: ha continuato silenziosamente a brillare, in attesa, palpitando vivacemente ad ogni piccola e grande conquista delle donne.
Perché proprio Jean Webster?
Perché è una scrittrice che ha ancora tanto da dirci e perché, dando un’occhiata alla nostra attuale società, forse ne abbiamo bisogno, ora più che mai.

Sara Staffolani

Sara Staffolani, C’è sempre il sole dietro le nuvole. Vita e opere di Jean Webster, flower-ed 2018. Ebook e cartaceo

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Una stella luminosa: Jean Webster

Lo sfortunato legame tra Beatrix Potter e Norman Warne

9Beatrix Potter ebbe una vita ricca in molti sensi. Ricca di talento, di libri, di amore per la natura e di impegno per preservare l’integrità e la bellezza di uno dei luoghi più belli al mondo: il Lake District. La sua vita fu inoltre ricca di rapporti con persone che seppero scoprirne e valorizzarne i talenti, oltre che guidarla nella propria maturazione professionale e, prima di tutto, personale.

Parliamo, ad esempio, di Miss Hammond e di Mrs. Annie Carter Moore; la prima fu la prima istitutrice (la terza, per la verità, ma le prime due durarono solo lo spazio di un mattino) nonché la prima a intuire il suo talento nell’arte del disegno; la seconda fu, per un certo periodo di tempo, la sua insegnante di tedesco, poi, una volta divenuta moglie e madre, divenne l’amica di lunga data nonché la madre dei destinatari delle “lettere animate” che rappresentarono la base dei suoi incantevoli libri.

Vi fu poi anche il Canonico Rawnsley, il suo “mentore”, l’uomo che la incoraggiò nella stesura del suo studio scientifico; studio che, sebbene mai pubblicato, rappresenta ancora oggi un testo basilare per gli studiosi micologi e che la spinse a pubblicare i propri libri “per rendersi totalmente autonoma dai genitori”.

Ma come fu la vita di Beatrix Potter dal punto di vista amoroso?

Si sa che sposò Mr. Heelis con il quale trascorse gli ultimi trent’anni della propria vita. Ma prima?

Ebbene, in questo articolo approfondirò proprio quel prima, vale a dire il suo sfortunato rapporto, prima squisitamente professionale e poi via via sempre più affettuoso, con quello che fu il suo primo grande amore: Norman Warne.

Pur se i rapporti con la casa editrice della famiglia Warne ebbero inizio l’11 settembre 1901, fu solo sul finire del mese di aprile dell’anno successivo che la nuova autrice venne, per così dire, affidata alle cure di Norman Warne.

Anche con lui Beatrix Potter stabilì rapporti di assoluta parità. Inizialmente i rapporti tra i due furono esclusivamente professionali, come testimoniato anche dalle prime lettere raccolte da Judy Taylor.

Dato che però, come diceva Dante, i libri e chi li scrive tendono a essere piuttosto galeotti, tra il giovane editore e l’altrettanto giovane autrice – tra i due vi erano solo due anni di differenza essendo nati rispettivamente nel 1868 Norman Warne e nel 1866 Beatrix Potter – iniziò a svilupparsi qualcosa di più profondo del puro e semplice rapporto professionale.

Libro dopo libro, i due si legarono sempre più fino a giungere al 25 luglio 1905, la data fatidica nella quale al numero 2 di Bolton Gardens giunse una lettera da parte di Norman Warne che, oltre a contenere le “normali comunicazioni di lavoro”, conteneva qualcosa di più personale.

In quella lettera, infatti, Norman Warne chiese a Beatrix Potter di sposarlo. Quella richiesta susciterà reazioni accese da parte dei coniugi Potter che non vedevano di buon occhio che il loro aspirante genero operasse nell’ambito del commercio. Nonostante tutte le obiezioni, Beatrix Potter accetterà di fidanzarsi, pur se accondiscendendo alla richiesta dei genitori di non far risapere in giro la notizia. Ahiloro ci penserà il destino, crudele come non mai, a scrivere la parola ultima e definitiva sulla storia d’amore tra Beatrix Potter e Norman Warne.

Norman, la cui salute non fu mai molto buona, un’altra caratteristica che lo rende ancor più affine a Beatrix Potter, tornò malato da una trasferta di lavoro e, dopo alcuni giorni, si spense nella casa londinese nella quale viveva con la madre vedova e la sorella Millie, alla quale Beatrix resterà sempre legata.

Ma a che cosa di deve quella forte opposizione da parte dei genitori al fatto che il genero si guadagnasse da vivere nel commercio?

800Alcune fonti sostengono si sia trattato di una sorta di snobismo dovuto alla loro agiatezza raggiunta. Una tesi questa che ha attratto anche me tanto da sposarla al momento della stesura del saggio perché mi sembrava che offrisse uno spunto che potesse fornire al lavoro un tocco di curiosità e originalità.

Questo a caldo. Poi però, pensando e ripensando alla cosa e, soprattutto, ritornandoci sopra durante l’incontro su Facebook mediante il quale ho presentato il mio lavoro, mi è cominciato a nascere un certo sospetto. Ho cominciato a chiedermi “È mai possibile che due persone di buon senso potessero esprimere una tale cieca ostilità ‘Perché sì!’, anche se erano tempi nei quali un simile comportamento era piuttosto normale, se non proprio all’ordine del giorno?”

E poi mi sono ricordato di aver letto il racconto di un’impresa commerciale intrapresa nel 1824 dal nonno di Beatrix, Edmund Potter, in società con suo cugino Charles; attività questa che finì però male nel 1830.

Questo mi ha portato a una rivelazione che ha spezzato una lancia in favore dei coniugi Potter.

Forse, in fondo, non si è trattato della reazione di una coppia che ‘aveva dimenticato da dove fossero giunti i propri soldi e la propria solidità economica’ ma di quella di qualcuno che conosceva bene quel genere di attività con i suoi rischi e la sua fluttuabilità che avevano semplicemente tentato di mettere sull’avviso la figlia. Aggiungete poi il fatto che da possibili problemi alla ditta dei Fratelli Warne sarebbero potuti derivare problemi anche al lavoro, oltreché alla stabilità economica, della figlia e tutte queste cose messe assieme mi pare gettino una nuova luce su un aspetto piuttosto controverso della biografia di Beatrix Potter.

Riccardo Mainetti

Riccardo Mainetti, Scoprendo Beatrix Potter, coll. Windy Moors, vol. 13, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Lo sfortunato legame tra Beatrix Potter e Norman Warne

Passeggiata letteraria “Sui passi di Charles Dickens”

Charles_Dickens

26 ottobre 1833, parla il re del romanzo noir, Edgar Allan Poe:

Alla fine, dopo tanti giorni di pellegrinaggio e ardente sete (sete per le sorgenti del sapere che in te sono), io m’inginocchio, quanto mutato ed umile, fra le tue ombre, e così m’inebrio l’anima della tua grandezza, della tua tristezza e della tua gloria!

Immensità e Età! E memoria del Passato! Silenzio e Desolazione! Notte profonda! Io sento voi, ora, io sento voi ora nella vostra potenza! O incanti più sicuri di quelli che mai re giudeo provo né giardini di Getsemani! O incanti più potenti di quelli che l’estatico mai trasse dalle alte, tranquille stelle!

Qui dove cadde un eroe, cade una colonna! Qui dove l’Aquila splendette nell’oro, la mezzanotte vigile tiene il nero pipistrello! Qui, dove le matrone di Roma le loro dorate chiome agitarono al vento, ora ondeggiano la canna e il cardo! Qui, dove il monarca si sdraiò, passa la rapida e silenziosa lucertola delle pietre!

Ma arrestati! Queste mura, questi archi rivestiti di edere, questi plinti che si riducono in polvere, queste colonne tristi e nere, questi vaghi cornicioni, questo regio sgretolato, queste cornici frantumate, questo naufragio, questa rovina, queste pietre, ahimè, queste pietre grigie, sono tutto, tutto del famoso e colossale lasciato dalle roditrici ore del fato e a me

Il nostro viaggio inizia qui, dove si erge il simbolo della grandezza dell’uomo e della sua piccolezza che lo corrode, vittima del tempo.

Allor che né miei freschi

Anni pellegrinava, in una notte

Simile a questa, mi trovai nel circo

Del Colosseo, mirabile reliquia

Del romano poter. Le folte, piante

Lungo quei minati archi cresciute,

piegavano, ondulando i foschi rami

sul cupo azzurro della notte, e gli astri

splendevano ad or ad or per li ampi fori

di quei ruderi illustri

Vogliamo pensare che Lord Byron, quando venne a Roma a trovare i suoi amici Keats e Shelley, ormai morti, passò di qui e scrisse questi versi del poema Manfredo. Ci eravamo lasciati al Cimitero Acattolico, lì dove il protagonista della nostra passeggiata odierna, passò e disse questo:

Da un punto della città, guardando al di là delle mura, una piramide tozza e sgraziata (il sepolcro di Caio Cestio) forma un triangolo opaco nella luce lunare. Ma per il viaggiatore inglese serve anche a indicare la tomba di Shelley, le cui ceneri riposano sotto un piccolo giardino lì presso. Ancora più vicino, quasi nella sua ombra, giacciono le ossa di Keats, “il cui nome è scritto in acqua” ma che brilla luminoso nel paesaggio di una quieta notte italiana

Siamo ancora sui passi degli inglesi del Grand Tour iniziato nel Settecento e che proseguirà per tutto il secolo successivo. Nelle prime due “puntate” abbiamo conosciuto John Keats e Percy Shelley, nei luoghi che vissero e dove sono adesso, nel loro letto di pace. Amavano Roma, l’amarono, diversamente da chi oggi ci accompagna per le sue vie con parole dure. Sarà che venne nel momento sbagliato della sua vita, sarà anche che la scelta del periodo fu infelice, a Carnevale, sarà che Dickens a trent’anni aveva già tutto: soldi, fama e una carriera in salita… E l’amore? Era sposato, ma sua moglie quasi lo infastidiva, perché poi si scoprirà attratto dalla cognata molto più giovane. E perché abbiamo scelto questo antipaticone che descrisse Roma quasi con orrore? Perché fu vittima del suo stesso sentimento: ci ha insegnato a cambiare le nostre vite, lui cambiò il suo pensiero una volta finito il viaggio in Italia. E poi è Natale, e Natale in letteratura è Charles Dickens.

Scrisse alcune storie a tema natalizio, ma Il canto di Natale resta il racconto sempreverde delle nostre vite, da piccoli e da grandi. Oggi, dinanzi al Colosseo scegliamo di parlare di un Natale diverso. Oggi, più delle altre due volte, la nostra passeggiata ripercorre i sicuri tragitti di Dickens e lo fa partendo dal simbolo di questa che non è solo una città, è la nostra storia. Solo l’Impero di Alessandro Magno, per estensione superò quello di Roma, eppure di quel regno non ci resta nessun simbolo. Di Roma invece sì. Siamo nella terza regione augustea Isis et Serapis, la regione della luna e del sole, del loro ciclo continuo di rinnovamento, un ciclo eterno, come Roma e il suo simbolo assoluto. Dickens rimase scioccato da questo luogo, che nella sua grandezza e imponenza non era altro che il simbolo della piccolezza umana: perché qui si uccideva.

Voluto dall’imperatore Vespasiano sull’antico laghetto artificiale della Domus Aurea di Nerone, terminato nell’80 d.C. da Tito, restaurato da Severo Alessandro, l’Anfiteatro Flavio fu usato per le venationes, gli spettacoli di caccia. Nel medioevo prende nome di Colosseo e diventa fortezza della famiglia Frangipane. Nel 1740, papa Benedetto XIV lo dota delle stazioni della Via Crucis quando già è stato rovinato da terremoti e spoliazioni per il recupero dei materiali. Alto 48,50 metri, con tre ordini architettonici di tipo greco (dorico, ionico, corinzio) conteneva circa 73.000 spettatori ed era vicino al Ludus Magnus, la caserma dei gladiatori che vi combattevano.

La leggenda vuole che qui i martiri paleocristiani venissero uccisi nei modi peggiori e la falsa prova è che molti di loro furono sepolti qui intorno, in chiese e case private che ne custodiscono ancora le reliquie. Ed ecco, che di fronte all’arena della morte, Dickens si esprime così:

Non è fantasia romanzesca, ma autentica, sobria, onesta verità, il dire: così suggestivo e nitido è, ancora adesso, che, per un attimo – e in realtà proprio quello in cui si entra -, chi vuole può avere l’intero enorme edificio davanti a sé; con migliaia di volti bramosi, con gli sguardi rivolti verso l’arena dove è incorso un tale turbine di lotta e sangue e polvere, come nessuna espressione può descrivere. L’attimo successivo la sua solitudine, la sua orrida bellezza e la profonda desolazione colpiscono il visitatore, come un sottile dolore; e mai nella sua vita, forse, sarà così commosso e sopraffatto da una visione che non sia direttamente connessa con i suoi affetti e i suoi dolori.

Vederlo lì, sgretolarsi, un pollice all’anno; i muri e gli archi coperti di verde; i corridoi aperti a giorno; l’erba crescere alta sotto i portici; giovani arbusti fiorire sui suoi scabri parapetti, e far frutti, prodotti fortuiti dei semi lasciati cadere dagli uccelli e fanno il nido nelle sue fessure e nei suoi crepacci; vedere la Fossa dell’Arena riempita di terra e, piantata al centro, una Croce, simbolo di pace; arrampicarsi sino alle stanze superiori e volgere lo sguardo su rovine, rovine, tutt’intorno rovine: gli archi trionfali di Costantino, Settimio Severo e Tito; il Foro Romano, il palazzo dei Cesari; i templi dell’antica religione crollati e scomparsi; è come vedere il fantasma dell’antica Roma: perfida, meravigliosa antica città, aggirarsi per gli stessi luoghi che il suo popolo calpestò. È lo spettacolo più impressionante, più maestoso, più solenne e grandioso e imponente che si possa concepire. Mai, al tempo della sua sanguinosa giovinezza, la vista del gigantesco Colosseo, pieno e traboccante di vita sfrenata, può aver commosso un solo cuore come deve commuovere tutti quelli che lo visitano adesso che è in rovina. Una rovina, Dio sia ringraziato!

Come si erge tra le altre rovine, standosene lì, una montagna tra le tombe: così le sue antiche influenze vivono – a tutti gli altri resti dell’antica mitologia e delle vecchie carneficine di Roma – nel carattere fiero e crudele della popolazione romana. I lineamenti degli italiani cambiano man mano che il viaggiatore si avvicina alla città; la loro bellezza diventa diabolica e c’è appena una faccia su cento, tra la gente che popola le strade, che non sarebbe felice e a suo agio, domani, in un Colosseo rinnovato.

Questa era davvero Roma, finalmente; e una Roma come nessuno poteva immaginare nella sua piena e spaventosa grandezza”.

Lasciamo il Colosseo e le sue ombre del passato e ci avviamo verso il colle del Celio, diviso in due regioni augustee, la prima Porta Capena e la seconda Coelimontium. Siamo nel colle conquistato dall’etrusco Celio Vibenna che riunisce le tre cime Celio, Coeliolus e Succusa, occupato da abitazioni medio-patrizie e numerosi templi tra cui quello del Divo Claudio, Ercole Vincitore, Minerva Capta, dai Ludi, dal Lupanare, dall’ospedale, dall’obitorio.

Scioccato dal significato del Colosseo, Dickens si avvia verso il Celio. Ha ancora nella testa le immagini dei martiri trucidati e degli strumenti che furono usati per quelle stragi, conservate al Carcere Mamertino che aveva da poco visitato.

Salì per il Clivo di Scauro, costeggiando l’antica biblioteca di papa Agapito del VI secolo. Arrivò al titulus dei SS. Giovanni e Paolo e a qualcosa che Dickens sapeva o immaginava esistesse ma che non vide. Nel 1887 sotto la chiesa furono scoperti i resti di cinque case affrescate e che si ritennero sede della prima sepoltura dei martiri Giovanni e Paolo. Il complesso religioso era formato da due blocchi, il titulus Byzantis e il titulus Pammachii, laddove il termine titulus, indicava anticamente una sorta di parrocchia.  Giovanni e Paolo erano forse ufficiali, forse maggiordomo e primicerio della nobile Costantina che prima di lasciare Roma, consegnò i propri beni ai due fidati servitori. Questi li usarono per i poveri e al governo non piacque, furono uccisi e i corpi abbamdonati sul Celio, dove le tre anime pietose di Crispo, Crispiniano e Benedetta, fratelli, li seppellirono e che a loro volta, furono puniti per quel gesto. Erano cristiani anche loro. Sembra che l’ombra della morte non voglia lasciare Dickens…

Sotto la chiesa di San Giovanni e Paolo ci sono le fauci di una terrificante serie di caverne, scavate nella roccia, e si dice abbiamo un’altra uscita sotto il Colosseo – tremende oscurità di enorme estensione, semi sepolte nella terra ed inesplorabili, dove le fievoli torce, agitate dagli addetti, lasciano intravedere lunghe file di volte lontane che si diramano a destra e a sinistra, come strade nella città della morte e rischiarano l’umidore freddo che scivola lentamente sui muri, goccia a goccia, per raggiungere le pozze d’acqua che si sono formate qua e là e che non hanno visto e non vedranno mai un raggio di sole. Alcune descrizioni ne fanno le prigioni delle bestie feroci destinate all’anfiteatro; altre le prigioni dei gladiatori condannati; altre ancora, di ambedue. Ma la leggenda più terrificante da immaginare è che nella fila superiore (perché di queste caverne ce ne sono due livelli), i proto cristiani, destinati ad essere mangiati negli spettacoli del Colosseo, udivano le belve feroci, bramose di loro, ruggire di sotto; finché sulla notte e la solitudine della loro prigionia, si accendeva tutt’ad un tratto la luce pomeridiana del vasto teatro, traboccante di folla e di queste – le loro spaventose vicine, – che vi balzavano dentro”.

Dickens si salvò dagli affreschi di questa chiesa, ci pensò la sua immaginazione lugubre a tormentarlo, ma se pensava di sfuggire totalmente… si avviò senza saperlo, verso qualcosa che per lui era davvero orribile, perché le morti che si consumarono al Colosseo, attese nei sotterranei dei SS. Giovanni e Paolo, gli si piantarono davanti come un film dell’orrore nella chiesa di S. Stefano Rotondo.

La chiesa è di V secolo, fiancheggiata dall’acquedotto di Nerone. Quel che per noi ora è una forma di arte finissima, per Dickens fu un viaggio nell’orrore.

“…l’umida volta coperta di muffa di una vecchia chiesa dei sobborghi di Roma, rimarrà sempre per me dominante, per via degli spaventosi affreschi di cui sono coperte le pareti. Questi rappresentano i martirii dei santi e dei primi cristiani; e un tale panorama di orrore e di carneficina nessun essere umano potrebbe immaginarlo, nel sonno, anche se avesse mangiato un intero maiale, crudo, per cena. Uomini con la barba grigia vengono bolliti, fritti, arrostiti, punzecchiati, abbrustoliti, mangiati dalle bestie feroci, morsicati da cani, seppelliti vivi, squartati dai cavalli e fatti a pezzi con la scure; alle donne vengono strappate le mammelle con tenaglie di ferro, tagliata la lingua, svitate le orecchie, rotte le mascelle, i loro corpi stirati sul cavalletto o scorticati al palo o tagliuzzati e sciolti sul fuoco: e questi erano i soggetti più delicati”.

Non era solo l’evento narrato e la sua crudezza a sconvolgerlo, qui per mano del Pomarancio vedeva tutto e peggio, li vedeva in una chiesa. Lui era anglicano, nelle chiese anglicane non troveremo mai cose del genere. Ma qui sì, perché questo specifico tipo di pittura si chiamava Biblia Pauperum, la Bibbia dei poveri, ossia degli illetterati. E come inviare ai fedeli analfabeti le immagini della loro religione? Con la pittura… gli occhi non solo leggono, osservano.

La chiesa è costruita su un antico mitreo e sui Castra Peregrina, la caserma dei soldati di provincia. Qui furono sepolti di martiri della Nomentana, Primo e Feliciano nel 303 d.C. Ma questa chiesa è interessante per noi anglofili, anche per la tomba di un re irlandese, morto nel 1064 durante un pellegrinaggio. Donnchad Mac Briain, figlio di Brian Borùma re di Munster (la regione più meridionale d’Irlanda) e romanzato in una serie di opere fantasy della scrittrice americana (di origine irlandese) Morgan Llywelyn e pubblicata da Tea.

1

Il primo Spirito del Natale ci ha condotti qui:

“Spirito” disse Scrooge con voce spezzata, “portami via di qui”

“Ti ho detto che queste erano le ombre delle cose che sono state” disse lo Spettro. “Se sono quelle che sono, la colpa non è mia!”

“Portami via!” esclamò Scrooge, “non posso sopportarlo!”

Si volse verso lo Spettro e vedendo che questi lo guardava con un viso nel quale, stranamente, c’erano frammenti di tutti i visi che gli erano stati mostrati, cominciò a lottare con lui.

Dobbiamo andare, c’è pure una sposa in arrivo… e c’è lo Spirito del Natale Presente che ci aspetta…

2

Lasciamo S. Stefano e ci avviamo verso un luogo che Dickens non descrive e non sappiamo se lo vide… lui proseguì verso le catacombe, mentre noi facciamo un salto nel presente… in fondo stiamo seguendo i tre spiriti del suo Natale, il passato, il presente e il futuro…

Entriamo in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, ci dimentichiamo per un attimo di essere nel centro di una città caotica. Il monastero sembra una fortezza ed è la tomba di quattro soldati martirizzati per averi rifiutato di venerare Esculapio. I fratelli (si dice) Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino uccisi a bastonate, abbandonati alle terme di Traiano, colle Oppio, furono recuperati nella notte da due spericolati che li portarono qui, ove sorgeva una casa in disuso e sui cui fu costruita la chiesa nel VII secolo. Vi ricordate che Oscar Wilde chiamò Keats: fair as Sebastian? Vi ho detto che Dickens deviò verso le catacombe, quelle di S. Sebastiano. Ebbene, i due spericolati erano papa Melchiade e il comandante della legione dei Sagittari, Sebastiano. E qui, nella chiesa dei SS. Quattro Coronati, è custodita la sua testa… non sembra anche a voi che questo Sebastiano ci stia chiamando? Andremo da lui un giorno, anche lui deve raccontarci di sé attraverso dei libri… e noi che siamo qui proprio per questo, seguendo il libro Impressioni italiane di Dickens, non possiamo lasciarci scappare l’occasione offerta da questo posto suggestivo e misterioso. Misterioso. Nel 1995 fu scoperta una stanza totalmente affrescata, dai colori vividi, come fosse stata appena dipinta. È la cosiddetta Aula Gotica.

Costantino D’Orazio, bravissimo storico dell’arte, appassionante con le sue biografie su Michelangelo e Caravaggio, ha fatto un salto qui… ci ha dormito, ci ha vissuto, a stretto contatto con le suore di clausura e dalla sua esperienza ha tirato fuori il romanzo Ma liberaci dal male, in cui racconta la scoperta di questa stanza dipinta…

Ma in questo posto si respira aria libraria e artistica anche in un’altra forma. Suor Mariarosa Guerrini, senese, che non vive qui, ha un grande dono… insegna i precetti del Cristianesimo tramite il dono dell’arte, quei precetti che anche Dickens ci ha insegnato nel suo racconto più famoso: l’amore e la carità verso tutti, perché tutti siamo uomini di questa terra, tutti respiriamo, tutti pensiamo…

Lo Spirito si fermò accanto al letto degli ammalati e questi si sentirono sollevati; si fermò in paesi stranieri e tutti si sentirono a casa loro; vicino a uomini che lottavano, ai quali una speranza accresciuta restituì la pazienza; vicino al povero, e questi divenne ricco. Negli asili di mendicità, negli ospedali, nelle prigioni, in tutti i rifugi della miseria, dove la vanità dell’uomo con la sua poca autorità non aveva sbarrato la porta e chiuso fuori lo Spirito, questi lasciò la sua benedizione e impartì a Scrooge i suoi precetti”.

È lo Spirito del presente. Quello più caritatevole di tutti. Quello che ha toccato il cuore di Scrooge e che sembra toccare noi, coi disegni di Suor Mariarosa, con gli insegnamenti di S. Agostino e con le parole di Madre Alessandra:

Il cuore è tutto di me.

È la stanza segreta

Che custodisce la mia identità

Dove sono veramente me stesso

E dove si svolge la mia vera storia.

3

È tempo di seguire lo Spirito del Natale Futuro e ritornare dove tutto è cominciato, come fece Dickens. È inevitabile, non possiamo farne a meno.

Per amor di contrasto, noi facemmo un giro tra le rovine dell’antica Roma, dopo tutti quei fuochi e quegli spari, per dare il nostro addio al Colosseo. Lo avevo già visto al chiaro di luna (non ero mai riuscito a far passare un giorno senza tornarvi), ma la sua impressionante solitudine quella notte è al di là di ogni racconto. Le spettrali colonne del Foro; gli Archi di trionfo degli Antichi Imperatori; quegli enormi ammassi di rovine che furono una volta i loro palazzi; i cumuli di terra coperti d’erba che segnano le tombe dei templi caduti in rovina; le pietre della Via Sacra, consunte dal calpestio dei piedi dell’Antica Roma; anche queste erano oscurate, nella loro trascendente melanconia, dallo scuro spettro, eretto e minaccioso, delle sue feste sanguinarie; ossessionante l’antico scenario; spogliato da Papi predatori e principi guerrieri, ma non domo; torcendo selvatiche mani di arbusti, di erba e di rovi; e lamentandosi con la notte da ogni breccia e da ogni arco crollato: l’ombra del suo pauroso io, irremovibile!”

Da inglese partì col fastidio del nostro paese, ma poi, ci ripensò, come Scrooge ci ripensò, e noi che siamo italiani, ci ritroviamo nelle sue parole:

Non serbiamo dell’Italia un ricordo men che meno rispettoso, perché con ogni frammento dei suoi templi caduti, con ogni pietra dei suoi palazzi deserti e delle sue prigioni, ci aiuta ad imprimerci in mente la lezione che la ruota del Tempo gira per uno scopo e che il mondo è, nei suoi caratteri essenziali, migliore, più gentile, più tollerante e più pieno di speranza a mano a mano che gira”.

La passeggiata è finita, l’augurio è quello che Dickens ha velato nelle sue parole: ci aspetta un futuro che se non possiamo cambiare radicalmente, almeno dobbiamo provarci. Lo Spirito del Futuro ci saluta così:

“Anche se la mano è pesante e ricade quando vien sollevata, anche se il cuore e il polso sono immobili, ciò che conta è che la mano sia stata aperta, generosa e sincera, il cuore coraggioso, caldo e tenero, il polso, il polso di un uomo. Colpisci, Ombra, colpisci! E vedrai e le sue buone azioni sprizza fuori dalle ferite per seminare nel mondo la vita immortale”.

Ci vedremo in primavera e ricordiamoci di essere sempre come Dickens ci vuole:

ora mi resta solo, a mò di passaporto, di tratteggiare il ritratto del mio lettore, che io spero, possa ipoteticamente, essere così tracciato per ambo i sessi:

 colorito… chiaro

occhi… molto allegri

naso… non arrogante

bocca… sorridente

volto… raggiante

aspetto generale… Simpaticissimo

 

Alessandranna D’Auria

Passeggiata letteraria “Sui passi di Charles Dickens”

Passeggiata letteraria al Cimitero Acattolico di Roma

Cimitero. La freddezza di questa parola resa automatica dalla quotidianità. Va riscaldata. Oggi, il caldo autunno romano sembra aiutarci, oggi non siamo andati a vedere delle fredde lapidi ma a riflettere su chi vi giace sotto e quel pensiero automatico e freddo per un attimo è stato cancellato. Oggi siamo andati da John e Percy, Keats e Shelley. Dopo aver visto i luoghi da loro vissuti, siamo andati da loro, uomini ormai polvere, accompagnati dai loro libri e un po’ anche dalla loro voce. Inglesi venuti a Roma per la riscoperta dell’antico, per la bellezza della nostra cultura, per quei versi che furono dipinti su una luce fatta di divinità.

Allora mi levo e, scalando il bel domo celeste,
trascorro dei monti le vette
e le onde, lasciata alla spuma del mar la mia veste
di fuoco, il mio passo incorona
le nubi; le grotte risplendono, e l’aria alle strette
mie nude, la Terra fiorente abbandona.

Io son la pupilla con cui dentro sé l’Universo
Riguarda e conoscesi Dio;
ed ogni armonia di strumento, ogni ritmo di verso,
o farmaco o luce od incanto
che dalla natura o dall’arte prorompano, è mio:
la sola vittoria corona il mio canto

E la voce di una poetessa tra noi, Alessandra Carnovale, ha dato inizio alla nostra passeggiata coi versi dell’Inno ad Apollo di Shelley, dedicato alla bellezza scultorea che mosse schiere di inglesi alla volta di Roma.

Apollo

Ci sono tante persone in questo giardino che hanno una storia da raccontare. Abbiamo scelto quelle che più rispondevano alla nostra idea inglese, romantica e letteraria. Nel silenzio rotto dai nostri passi, sul passo di qualche silenzioso gatto custode di questo luogo, arriviamo da Maria.

La raffigura una statua mesta, nella tristezza della rassegnazione. Lei, di sedici anni, pressoché sconosciuta principessa russa, davanti alla porta che falsa porta è, di fattura magistrale, attende pensierosa il suo destino. La sua anima si è ormai separata dal corpo e non sa se varcare quella soglia che conduce all’eternità. Ora che non sono più viva, che ne sarà di me? E lì dove andrò, ci saranno Elsbeth e Rosa?

Maria Obolensky

Foto di luceradente.it

Elsbeth Passarge, Rosa Bathurst e Maria Obolensky, belle, coetanee, nobili, morirono a molti anni di distanza l’una dall’altra, ma vogliamo annullare questo tempo mortale per immaginarle insieme, almeno una volta, in quei salotti letterari/culturali/musicali tanto à la mode nella Roma dell’Ottocento. Vogliamo fantasticare e vederle una sera, venire presentate alla società dai parenti, in quelle case e ville che oggi sono musei, dei Colonna, dei Verospi, degli Spada… timide, intraprendenti, preoccupate… una russa, una tedesca, una inglese, che non si capivano in quelle tre lingue tanto diverse ma che con lo sguardo si trovarono. Domani mi sposo, diceva Elsbeth… andiamo da lei allora.

E quasi come un passo obbligato, saliamo dalla Psiche che svetta su una colonna. È la metafora di questo luogo: l’anima che si spoglia delle sue vesti mortali per salire al cielo. Il sole la illumina da dietro… è un’immagine abbagliante.

Statua di Psiche

Foto di mvl-monteverdelegge.blogspot.it

Piccola, quadrata e quasi anonima, la tomba di Elsbeth Passarge, signorina di classe della società tedesca, è raffigurata in una nicchia, distesa su un letto. Elsbeth, che morì a diciassette anni nella sua prima notte di nozze.. dal sonno alla morte, senza rendersene conto…

Elsbeth Passarge

Le Mura Aureliane ci accompagnano verso un gruppetto di amici, il solito micio si fa vedere e scappa: ma dove vanno tutte queste persone? Coi libri in mano? Ah, se passano di qua vanno da Percy, per forza e con quella tizia con una mappa scarabocchiata… se non lo trovano mi tocca accompagnarli… mio caro micio, non sottovalutare un’archeologa… eccoci Percy, eccoci.

Shelley

Foto di qohelet.altervista.org

Sei un po’ lontano dal tuo amico John, ma solo col corpo, le vostre anime sono unite così come lo furono in vita; a distanza tu lo pensavi scrivendogli un poema, Adonais, che ritenevi “degno sia di lui sia di me”. Un trio di amici, John, Percy e quello svitato di Byron che se andava a fare feste e festini a Venezia. Percy, preoccupato per la salute di John, scrisse a Byron: “Voglio essere il medico del suo corpo e della sua anima”. Come se lo sentisse, come se avesse ricevuto lui quella lettera, John risponde: “Liberami, adesso, come quel Prometeo, Percy!”. Aiutami! Aiuto! Ho paura! Non di morire ma di morire solo. Che ne sarà del mio corpo quando io non ci sarò più dentro?

Percy viaggia, deve distogliere i pensieri da quella vita che sembra votata alla battaglia quotidiana. Percy sfida il mare e “respingeva ogni consiglio e si gettava nella barca per vivere in quell’elemento che doveva essergli tomba”, così narra Guido Biagi, nel 1921 e “quella volta ancora, il demone del mare, che spiava la preda, aveva aperto le ali ed era fuggito”. Non rischiò una, due, tre volte ma tante di più salendo su quella barca verso l’avventura. L’8 luglio 1822 salpa su una goletta per tornare a Viareggio. Circostanze ancora misteriose avvolgono il naufragio. Il giorno prima, la moglie Mary, quasi come presagio leggeva Le ultime lettere di Jacopo Ortis… le ultime lettere… ultime… Percy muore e lei non scriverà più nulla sul suo diario fino al 2 ottobre: “Buonanotte, Buon Diario, Diario dedicato al Silenzio, alla notte e a Shelley”. Il suo amore è straziato, la voce di Percy svanisce, come si spegne la potente immagine della sua vita.

Cingo il trono del sole
Con una fascia incendiata
E quello della luna
Con un filo di perle,
e quando il turbine spiega
il mio vessillo
i vulcani si spengono
e le stelle oscillano

Cantava la luce, così come Mary raccontava il buio. La goletta affondò portandoselo dietro, la goletta si chiamava Ariel, lo spirito della tempesta e da La Tempesta di Shakespeare, dal canto di Ariel, il suo migliore amico, Edward Trelawny trasse l’epitaffio della sua tomba:

Niente di lui si dissolve
Ma subisce una metamorfosi marina
In qualcosa di fertile straordinario

E se il suo corpo non fosse stato restituito dal mare, forse Edward avrebbe aggiunto i due versi che lo precedevano:

Ormai coralli sono le sue ossa
Sono perle i suoi occhi di una volta

In tasca Percy aveva l’Iperione di John. Ancora il sole, il titano della luce…

Edward fu sepolto accanto all’amico ma in vita fece di più, si gettò sulla pira crematoria e bruciandosi un braccio afferrò il cuore di Percy, quello che fu sepolto con Mary, in Inghilterra, tranne un pugnetto di cenere, trovato dai figli in un libro, Adonais, ancora di John, ancora John…

C’è un angelo affranto poco lontano, è la scultura di William Wetmore Story e di tutto il suo dolore ma noi dobbiamo ancora conoscere Rosa… è vicina… arrivederci Percy…

Emelyn_Story_Tomba_(Cimitero_Acattolico_Roma)

1824, Rosa Bathurst, sedici anni, bella, bellissima, la virtuale amica di Elsbeth e Maria, eccola, nella tomba che la raffigura mentre un angelo vola verso di lei.

Rosa Bathurst

Centocinquant’anni dopo o giù di lì, la musicologa Fernanda Pivano raccontò la storia di Rosa a un amico. Rosa che scivolò nel fiume, nel Tevere, a Ponte Milvio, nel fango e che fu trovata cinque mesi dopo, nello stesso punto, intatta… Gino Castaldo, giornalista, questa storia la conosceva, l’aveva già sentita… ma dove? In una poesia, sì e non si chiamava Rosa, perché l’autore volle darle un nome diverso…

Ciao Rosa o Marinella, scegli tu, ti lasciamo, ti abbiamo fatto sentire la tua canzone e vogliamo credere a Gino, sei proprio tu la ragazza che cantò Fabrizio De André, quella che l’Angelo della Morte amò al punto di portarla via pur non rassegnandosi a questo ingrato compito.

Siamo all’ombra, ci avviamo al sole, costeggiamo la Piramide Cestia e nel giardino in un angolino arriviamo alla dimora dei nostri due ultimi amici, John e Joseph. Vicini. Anche loro migliori amici.

Jpeg

Ho raccontato del suo amore, quello di John Keats per Fanny Brawne che al primo colpo… niente Fanny, sei bruttarella… e poi: “Per l’anima mia vi ho amata fino all’estremo”, “Scrivete le parole più tenere e baciatele, che almeno io possa posare le mie labbra dove furono le vostre”. Fanny non vide la sofferenza dell’amato, non quella fisica, ne lesse quella dell’anima, nelle lettere… ti amo Fanny, ti voglio, ma forse, la tomba è meglio, lì non soffrirei più.

Jpeg

Joseph Severn, pittore, amico, gli fu chiesto di descrivere quel luogo ultimo, John voleva sapere dove sarebbe stato sepolto e così ci dice Joseph: “Le violette erano i suoi fiori preferiti e si rallegrò nel sentire che erano sparse tra le tombe. Quando sentì le mie parole mi assicurò che già aveva avuto la sensazione dei fiori che gli crescevano sopra”.

Siamo stati un mese fa nella stanza in cui morì John. Là, dove ancora Joseph raccolse le sue ultime parole: “Severn… io… sollevami, sto morendo, morirò sereno, non temere, sii forte e ringrazia Dio perché è finita”. Morì quasi addormentandosi, non aveva più polmoni per respirare.

Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua

Anni dopo, Oscar Wilde venne qui e facendo l’Oscar Wilde, si sdraiò vicino la tomba di Keats, gli scrisse un sonetto e si dichiarò: “mezzo innamorato della carta che ha toccato la sua mano”.

Dobbiamo passeggiare ancora, verso l’uscita, camminare… “quando si cammina desti, nella direzione che si vuole, da tutto ciò nascono le immagini della poesia”, lo diceva Cortàzar… ci crediamo, è quasi mezzogiorno, l’ora preferita di John:

Dio del Mezzogiorno e dell’Est e dell’Ovest
Verso di te vola l’anima mia,
mentre il mio corpo viene spinto verso terra

A presto John, Percy, avete passeggiato con noi, vogliamo credervi in quel paradiso che Borges immagina “come una grande biblioteca”.

 

Alessandranna D’Auria

 

 

 

 

Passeggiata letteraria al Cimitero Acattolico di Roma

Alla scoperta della Roma degli Inglesi

La nostra passeggiata inizia tornando indietro nel tempo e non certo nel 1800. No. Indietro, molto di più, almeno nel 146 a. C. quando Roma comincia la sua espansione verso la Grecia, culminata nel 27 a. C., per mano di Ottaviano, poi Augusto primo imperatore, che annette la regione greca d’Acaia al suo regno in espansione. Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio. Il poeta Orazio fu molo chiaro: la Grecia fu conquista ma conquistò il vincitore e diffuse le arti dell’agreste Lazio. In quel momento Roma inizia ad assorbire la bellezza delle forme scultoree, copiando e ricopiando quel che di più sublime la Grecia produsse.

1489, Anzio, vengono scoperti in modo casuale due statue di fattura greca. Una di queste darà vita alla pagina più bella della letteratura archeologica che sia mai stata scritta e per penna di un tedesco, Johann J. Winckelmann: “Il complesso delle sue forme sollevasi sovra l’umana natura e ‘l suo atteggiamento mostra la grandezza divina che lo investe. Una primavera eterna, qual regna ne’ Beati Elisi, spande sulle virili forme d’un età perfetta i tratti della piacevole gioventù e sembra che una tenera morbidezza scherzi sull’altera struttura delle sue membra. Vola, o tu che ami i monumenti dell’arte, vola col tuo spirito fino alla regione delle bellezze incorporee e diventa un creatore di una natura celeste per riempire l’alma tua coll’idea d’un bello sovrumano”. Era ed è l’Apollo del Belvedere, l’uomo più bello che la storia della scultura conosca.

Di fronte a questa statua il mondo dell’arte, della cultura, di ogni scienza umanistica, si fermò. I disegnatori del tempo, che erano i fotografi di oggi, produssero centinaia di incisioni, acquerelli, schizzi a matita che lo raffiguravano, mandandoli in giro per il mondo, col chiaro messaggio: Grecia sì, ma anche grecità a Roma. Il nome dello scultore Leochares divenne famoso ovunque, lui, nel suo IV sec. a. C. aveva dato a generazioni future un motivo per lasciare la casa e intraprendere quel cosiddetto Grand Tour alla ricerca della bellezze e di quell’Idea del Bello, corrente di pensiero partita nel Seicento, che culminerà nell’Ottocento e nel Neoclassicismo pittorico. Nobili, aristocratici e chiunque poteva permettersi un viaggio in Italia, arrivò nel nostro paese in cerca della bellezza che riempisse gli occhi, il cuore e l’ispirazione.

Ed eccoli i nostri inglesi, che qualcosa di romano l’avevano anche loro e lo riscoprirono nel 1844 nelle forme del Vallo di Adriano e del Vallo di Antonino, ultimo confine al limes della Scozia attuale. Nel 1807 iniziano gli scavi a Roma, sotto l’egida vaticana, là, nella terra “dove splende sempre il sole”, come diceva Lord Byron, gli inglesi videro nascere una città per loro moderna e una città antica che risorgeva.

Pochi anni dopo quell’inizio vero e proprio dell’archeologia, un trio di ragazzi “particolari”, pensatori, poeti, aspiranti alla libertà, spinti dalla corrente del Grand Tour, giunsero a Roma, in tempi diversi e si sfiorarono, amici che tenevano l’uno i libri in tasca dell’altro: il romantico quanto malato John, il ribelle sostenitore dell’amore libero e vegetariano Percy, l’anticonformista e libertino George. O Keats, Shelley, Byron. E ora comincia la passeggiata, in loro compagnia…

NPG 1234; Percy Bysshe Shelley by Amelia Curran

Via Sistina. Immaginatela sterrata, per carrozze che portavano di continuo verso dei monumenti abbastanza recenti per l’alba del 1800. Una carrozza si ferma al numero 7, anche noi, vediamo scendere una signora, elegante, col cappello, i guanti e una valigetta. Al vetturino dirà qualcosa in italiano stentato, d’altronde è nuova ed irlandese. Le fa strada un uomo, che paga la corsa, inglese, il suo modello, si chiama Percy. Quella sera si fa ritrarre, in posa da scrittore, coi colori scuri e gotici di una letteratura macabra. Ma lui non racconta, lui pensa, mentre viaggia con quella signorina irlandese e mentre ne sposa una inglese. Pensa che la poesia deve avere una funzione sociale, deve insegnare a pensare, a pensare in modo giusto e tramite immagini aeree che sono un canto alla libertà. Bellezza e felicità… cambiano il mondo. Percy Bysshe Shelley… passò di qua… al numero 7 di via Sistina, nel silenzio di un giorno qualunque, in un appartamento che odorava di colori a olio e dove si mangiavano verdure, chiacchierando in inglese… il suo amico George vive già da un po’ a Venezia, dove nessun ha da ridire sulla sua vita libertina.

Lasciamo la pittrice Amelia Curran alla sua opera, anche lei troverà la morte a Roma e sarà sepolta a un passo da casa, nella chiesa di S. Ildebrando di Toledo, poco più in là del numero 7…

Proseguiamo fino all’obelisco egizio ai piedi della chiesa settecentesca di Trinità dei Monti. La città offre un panorama che i nostri tre amici e noi amiche di oggi possiamo intravedere tra la folla… il tempo corre, abbiamo un appuntamento ma prima… scendiamo le scale di S. Sebastianello, la chiesetta di cui rimane solo l’abside, una fontanella e due piccioni… imbocchiamo via del Babuino. Lo sapete no? Si chiama così per quella statua di Sileno talmente brutta che da brutta, a brutta come un babbuino il passo è breve. Non lo raggiungiamo, ci fermiamo al numero 78-9 ove un tempo vi era l’albergo preferito dei turisti americani e dunque Hotel d’Amèrique. Finita l’ondata americana, toccò agli inglesi e dunque cambio di nome, Hotel d’Inghilterra, sempre dimora di pittori, scrittori… scrittrici, George Eliot, donna con nome da uomo, autrice del celebre Middlemarch, si affacciava a una di quelle finestre, alte, in stile ottocentesco puro e magari vedeva la finestra di una palazzina poco più avanti, dove… un attimo, andiamo a vederla… Torniamo indietro, è il momento di passare per quei vicoletti o diverticoli che calpestarono i nostri amici inglesi, alla luce di lanterne accese al tramonto, con bastoni, stoppini e olio vecchio.

In Via Bocca di Leone numero 41 ebbero casa i coniugi Browning o, come recita la targa, Roberto ed Elisabetta, poeti e innamorati del nostro paese perché: “le sue memorie eterne, attestano che l’Italia è immortale”. Stessa strada, altro scrittore, americano naturalizzato inglese, Henry James, autore di Ritratto di Signora. Ci pensiamo un attimo… certo che di qui passarono le penne che ci hanno lasciato le pagine più belle della letteratura…

Qualcuno si ferma sotto la finestra dei Browning… “Rob! Eliza! Tè?”. Scendono i due sposi, per vicoli stretti, all’ombra, dai portoni monumentali, che ci portano in Via dei Condotti, dove un tempo l’acquedotto dell’Aqua Virgo scendeva dal Pincio, dietro Trinità dei Monti. Qualcosa di inglese c’è anche qui, è l’Antico Caffè Greco, il locale che dal 1760 è un unicum artistico: clienti normali e clienti speciali, quelli che lasciarono le loro firme, le loro opere scritte e disegnate, dipinte e cantate. Entrano i Browning, siedono al tavolino… non entriamo, li lasciamo chiacchierare coi loro amici, artisti anche loro.

JohnKeats1819_hires

In un punto della via, vi era una trattoria, detta della lepre. Spande i suoi profumi… è sera, la cena è tutta italiana… entra un giovane, chiede qualcosa da mangiare, da portare via, qualcosa di caldo, fumante, che odora di casa. Si accende un lume poco distante, a una finestra che guarda su Piazza di Spagna. Per noi è giorno, per chi ha acceso la fiammella è notte, spunta la luna, la vede da quella casina rossa, è un ragazzo, siede allo scrittoio, coi cassettini pieni di pennini, inchiostro, quaderni… è appena arrivato a Roma, per respirare aria di cultura e aria salubre per la sua malattia. L’amico, Joseph, entra con la cena presa alla trattoria. Mangiano insieme, davanti al caminetto, e poi ognuno di loro fa quel che sa fare per dono di natura, uno scrive, uno dipinge. Il soggetto è il loro sogno. Di lì a poco, Joseph Severn avrebbe pensato alle ultime volontà del suo amico John Keats. Era il 1821. Un anno dopo, un amico lontano, Percy viene portato a Roma, le sue ceneri raggiungono John, il suo cuore va con la moglie Mary, Mary Shelley, in Inghilterra. Si spegne la lucina della Casina Rossa. La riaccendiamo noi che, oggi, guidate dalla passione per i libri, non possiamo fare a meno di stupirci nelle strette stanze, colme di libri, manoscritti e dipinti… i libri, quelli sono stati scritti da persone con un sogno, quello che oggi noi possiamo leggere, immaginare e vivere ogni volta…

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La Casina Rossa o Keats-Shelley House è nata per volere di tre poeti, Rodd, Underwood e Gay per ventiduemila dollari, inaugurata da re Vittorio Emanuele III fu aperta al pubblico ufficialmente nel 1909. Libri, reliquie, atmosfere antiche… la nostra passeggiata finisce qui, è iniziato l’autunno, ci piace questa stagione, si passeggia, si parla di libri, ci si conosce, ci si dà appuntamento alla prossima, George muore in Grecia non lo andiamo a trovare, ma John e Percy ci aspettano qui, a Roma, città che ogni volta ci dà tutto di sé…

Alessandranna D’Auria

Alcune foto della Passeggiata letteraria (23 settembre 2017)

Alla scoperta della Roma degli Inglesi

Elizabeth von Arnim, una donna indipendente

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, flower-ed

Perché proprio una biografia di Elizabeth von Arnim? In molti mi hanno rivolto questa domanda, dopo aver scoperto l’esistenza di Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim (flower-ed 2017). E devo dire che i volti smarriti di molte persone al mio nominare l’autrice sarebbero di per sé una risposta sufficiente! Se infatti anche chi non appartiene alla purtroppo esigua schiera dei “lettori forti” ha sentito nominare almeno una volta nella vita scrittrici come Jane Austen e le sorelle Bronte (o conosce almeno per sentito dire le loro opere), Elizabeth von Arnim è spesso completamente sconosciuta anche a molti lettori. Eppure, caso anomalo quando si parla di scrittrici straniere del passato, tutte le sue opere sono state tradotte in italiano e risultano facilmente reperibili anche in edizione economica. Perché allora Mary Annette Beauchamp, nota al pubblico dell’epoca semplicemente come “Elizabeth” (dal nome dell’alter-ego letterario che lei stessa aveva creato), pur essendo stata tanto celebre in vita fatica ad affermarsi tra i lettori di oggi? Questa è la domanda che mi frulla in testa da quando ho iniziato a conoscere, approfondire e apprezzare sempre più i suoi romanzi. Non certo perché non sia una scrittrice moderna, anzi. Forse oserei dire che lo è fin troppo. Ma i suoi romanzi non sono classificabili in un genere ben definito, e questo spesso disorienta chi desidera sapere con esattezza cCarmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, flower-edosa aspettarsi da un romanzo. Credo poi che la sua affilata ironia, ben nascosta in trame apparentemente banali e frivole, non sempre venga compresa. Inoltre, sebbene ella sia inequivocabilmente una scrittrice femminista e ribelle, la sua ribellione alla gabbia in cui vivevano le donne di fine ’800/inizio ’900 non è espressa apertamente mediante eroine rivoluzionarie che vanno a combattere fucile alla mano per prendersi la propria libertà: queste eroine, si sa, riscuotono subito il favore del pubblico odierno (e piacciono molto anche a me!), ma la ribellione di Elizabeth è diversa. È quella molto più sottile e silenziosa, ma ben più efficace, di chi difende in primo luogo la propria libertà interiore. Perché lei aveva capito che prima di potersi liberare da qualsiasi tirannia esteriore è assolutamente necessario essere indipendenti e padroni di se stessi. E i suoi libri possono insegnarci come fare.

L’intento di questa piccola biografia, in cui gli eventi della vita dell’autrice si intrecciano a quelli delle eroine uscite dalla sua penna, è proprio incuriosirvi e spingervi a conoscerla meglio attraverso i suoi romanzi. Credetemi, non ve ne pentirete!

Carmela Giustiniani

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, coll. Windy Moors, vol 11, flower-ed 2017

Elizabeth von Arnim, una donna indipendente

Di un saggio vintage che ci ha catturati: Alice Law e Branwell Brontë

800Una letteratura che dava voce a tutti. È quella che agli inizi del Novecento vide la diffusione di arringhe pro e contro scrittori coevi più o meno famosi. La biografia critica nata dalla penna di Alice Law è uno dei pochi testi dedicati alla famiglia Brontë, nello specifico a Patrick Branwell una settantina di anni dopo la scomparsa e risoltasi come tentativo di rivalutarne la figura denigrata e attaccata da chi per partito preso fiancheggiò le sorelle, facendo passare quell’unico fratello per una disgrazia che segnò la loro vita.

Il testo cerca di assolvere a questo compito nei primi quattro capitoli, ma è con gli ultimi due che lo scopo dell’autrice assume una veste “pericolosa”, quasi ardimentosa, per usare un termine dal sapore arcaico.

La Law è totalmente ossessionata dal rimettere in piedi l’onore di Branwell da perdersi in un labirinto di elucubrazioni che dovrebbero risolvere una questione “fastidiosa” sorta all’indomani del 1860-70, quando iniziarono a comparire dubbi (poco più che pettegolezzi) sulla authorship di Cime tempestose.

La questione verte tutta sull’affermazione che fu Branwell a scrivere quel romanzo e non Emily. Ma chi fece quest’affermazione e come?

In un primo momento la Law ci informa di una dichiarazione proprio dell’interessato, ma poi scopriamo che fu William Dearden, un conoscente di Branwell, a metterla in giro. Questo ci fa credere, come di certo fu ovvio, che anche gli amici del giovane vollero rivalutarne la reputazione, osando un simile azzardo. Permane la confusione nell’esposizione dei fatti. Branwell affermò mai di essere l’autore di un romanzo dall’impronta marcatamente maschie, come diceva la Law? Oppure ne scrisse solo una parte? Oggi sappiamo che le teorie confusionarie e i resoconti storici traviati sono solo un tentativo appassionato e quasi tenero di cancellare l’esagerata onta abbattutasi dalle penne dei detrattori, e sulle quali la Law costruì le sue appassionate teorie. Tuttavia esse non poggiano su solide basi.

Patrick Branwell BrontëAbbiamo espresso il nostro pensiero nel volume dedicato all’epistolario di Branwell, E come un sogno la vita vola. Qui vi diciamo soltanto che tutti i Brontë viaggiavano sul binario delle affinità letterarie e che, se anche scrissero di eventi diversi, alla fine è facile trovarvi un denominatore comune che giustifica somiglianze di eventi e linguaggi. Anche solo sfumature, talvolta impercettibili. Il Brontë-pensiero era nato dalla stessa fonte dell’infanzia, delle serate solitarie spese a inventare giochi e sogni che saranno base comune di ogni loro scritto, di fama o no, siano essi romanzi o lettere, ove si scambiano sentimenti e passioni con la stessa tragica fatalità.

Alessandranna D’Auria

 

Patrick Branwell Brontë, E come un sogno la vita vola. Lettere 1835-1848, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Windy Moors, vol. 9, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo

Alice Law, Patrick Branwell Brontë, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Windy Moors, vol. 10, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo

Di un saggio vintage che ci ha catturati: Alice Law e Branwell Brontë