Scrivere è magia

Lettori cari, lasciatemelo dire: il premio letterario Parole magiche è un progetto meraviglioso.

La prima edizione, quella dello scorso anno, mi ha permesso di conoscere nuovi poeti e romanzieri e di selezionarne due per la pubblicazione: Alessandra Corbetta, con le poesie dell’antologia L’amore non ha via, e Rosanna Spinazzola, con il romanzo distopico Canterà il gallo.

Anche quest’anno sta andando tutto a gonfie vele per quantità e qualità delle opere ricevute. E non è ancora finita, perché la scadenza, come sapete, è fissata al 10 maggio.

La valutazione delle nuove opere da introdurre in catalogo rappresenta un momento delicato, perché quando selezioni un manoscritto scegli prima di tutto una persona, qualcuno che entrerà nella tua vita professionale per un lungo periodo e con cui ti confronterai spesso e, si spera, volentieri.

Quando le selezioni dei manoscritti sono aperte, arrivano vagonate di testi ogni giorno. Purtroppo, a volte capita che manchino di cura o che non rientrino nemmeno lontanamente nella nostra linea editoriale. Degli errori da evitare quando si invia un manoscritto ne ho parlato qui. Al di là di questo, ho notato che la qualità delle opere giunte per il premio è invece generalmente alta: è un fattore che mi ha colpito positivamente, tanto che un paio dei non vincitori sono stati contatti comunque per pubblicare il loro ebook con noi.

Momento amarcord. Quando ero più giovane seguivo molto il mondo dei premi letterari. Una volta partecipai a un concorso con una poesia, la quale fu pubblicata in un’antologia che era la prima creatura di un editore romano oggi molto noto. Quando si lancia un nuovo progetto, una nuova iniziativa per sapere come andrà ci si deve sempre mettere nei panni dell’altro. E questo è quel che ho fatto con il nostro premio letterario: se fossi un poeta o un romanziere e leggessi il bando, parteciperei? Io che per prima ho aderito a queste iniziative mi sono detta di sì, perché è ben strutturato e la pubblicazione in ebook e in cartaceo è molto allettante. Quello che io cercavo e che ora offro agli altri è inoltre un contatto diretto con la casa editrice, la certezza di essere letto e valutato. La competizione dà poi quel brivido in più e quella spinta a perfezionarsi prima di presentare l’opera.

Le parole sono un ingrediente indispensabile della magia. La parola magica è quella che realizza l’incantesimo. Le vostre Parole magiche, quelle che aprono la porta della nostra casa editrice, quali sono?

Michela Alessandroni

Scrivere è magia

Nata per scrivere

abstract woman portrait. watercolor illustrationScrivere non è affatto un vezzo o solo un modo per superare la banalità del quotidiano. Per qualcuno potrebbe anche esserlo, ma per me rappresenta soprattutto una sorta di rivincita con la vita, un modo di affermare la mia presenza/essenza su questa Terra e lasciare una traccia. Andando molto indietro nel tempo, ritrovo i miei primi tentativi di scrittura; potevo avere dieci anni o forse anche meno. Sono nata per scrivere. E questo, con il passare degli anni, mi è risultato sempre più chiaro.

Un giorno, intorno ai tredici anni, lessi Shakespeare per la prima volta e immediatamente ebbi la convinzione che non esistesse niente di più bello. Passai, per merito di un’insegnante illuminata, attraverso la traduzione dei suoi versi, imparando così ad amare ancora di più la lingua inglese e la traduzione stessa. Ho poi letto molto e scritto ancora di più, mi sono innamorata della Poesia e della Letteratura in un percorso che non si è fermato mai, da quando ho la capacità di leggere e scrivere.

Per un certo periodo e per puro piacere personale, nonché per allenarmi alla bellezza della parola, ho ricopiato a mano  alcuni romanzi di Virginia Woolf e Katherine Mansfield, le mie scrittrici preferite, tradotto poi manuali tecnici per mantenermi, scritto per giornali e riviste quando internet ancora era inesistente e si doveva fare i conti con macchine da scrivere rumorose, che si inceppavano pizzicando il nastro negli ingranaggi, e che facevano borbottare i miei vicini di casa perché lavoravo di notte e il ticchettio dei tasti nel silenzio notturno li infastidiva.

Negli anni, ho scritto soprattutto racconti, una forma di scrittura che mi è congeniale. Un giorno poi decisi di partecipare ad un concorso Mondadori, che selezionò fra i primi dieci un mio racconto per una pubblicazione antologica. Da allora, ebbi la consapevolezza che la mia scrittura valeva agli occhi del mondo, e che l’assolo letterario che perpetravo da anni e anni poteva diventare qualcosa che anche gli altri apprezzavano.

FedericaGalettoIn mezzo a tutto ciò, la vita con i suoi alti e bassi. Gli studi universitari, il matrimonio, i figli. Dopo aver scritto, negli ultimi dieci anni diversi libri di Poesia, il mio primo vero amore, ho iniziato a pensare che fosse giunto il momento di mettere in cantiere un romanzo. Così nasce Anouk, dopo una palestra durata a lungo in cui hanno transitato tanta poesia e narrativa, tante letture, scritture e riscritture, traduzioni. Si tratta di un romanzo che contiene buona parte delle mie passioni: la Poesia, la scrittura, il racconto, i libri, i paesi anglosassoni, l’Arte del collage, qui intesa come struttura del romanzo che porta in sé elementi epistolari alternati a vari racconti confluenti in un’unica grande tela. Ho voluto costruire il mio primo romanzo secondo criteri di passione da sempre insiti in me e creare un mondo unico, fatto su misura, non solo per me ma anche e soprattutto per i lettori che amano le mie stesse cose e hanno inevitabilmente una sensibilità affine alla mia.

Qualcuno che mi conosce bene dice che sono romantica fino allo sfinimento, precisa come un orologio svizzero, tagliente come una lama e sorprendente nel descrivere paesaggi, delineare atmosfere. Forse è vero, forse no, non sta a me dirlo; dal canto mio ciò che davvero spero è che la storia della mia protagonista, Anouk, possa far vivere a chiunque la leggerà “dal di dentro” ogni frase, ogni parola, come se il mio libro fosse uno specchio delle proprie emozioni, del proprio sentire interno e questo fosse fedele, così vicino al cuore di ognuno tanto da riconoscersi. Ho sempre scritto ed è ciò che meglio so fare, è ciò che voglio fare. L’amore ha guidato la mia mano nella stesura del mio romanzo. Ai lettori l’ultima parola.

Federica Galetto

Federica Galetto, Anouk, coll. Il Vaso di Pandora, vol. 10, flower-ed 2017

Nata per scrivere

Lucy Maud Montgomery, benvenuta in flower-ed!

Lettori adorati, siamo davvero felici di condividere con voi una splendida notizia. In questo mese di marzo diamo il benvenuto in flower-ed a una grande scrittrice canadese, che tutti noi conosciamo per la saga di “Anna dai capelli rossi”: Lucy Maud Montgomery (1874-1942).
Nelle nostre ricerche letterarie, abbiamo rintracciato la sua autobiografia, mai tradotta in italiano prima d’ora. “Il sentiero alpino. La storia della mia carriera” è dunque la prima traduzione in lingua italiana dell’opera, curata dal nostro traduttore Riccardo Mainetti.
Pubblicata per la prima volta nel 1917, trae il titolo da un verso che fu d’ispirazione all’autrice durante i lunghi anni nei quali il successo sembrava lontano, raggiunto poi solo grazie alla sua grande determinazione:
“Il sentiero alpino, così duro, così impervio,
che conduce a vette sublimi”.
“Il sentiero alpino” è la più completa fonte di informazione per quanto riguarda l’infanzia e i primi cimenti di questa grande e amata scrittrice canadese. Ha dichiarato di averla scritta «per infondere coraggio in quanti stanno faticando lungo l’estenuante sentiero che anch’io ho percorso per raggiungere il successo».
Oltre a raccontare del proprio apprendistato di scrittrice, fornisce una descrizione poetica della propria infanzia nell’Isola del Principe Edoardo e riferisce di alcuni luoghi e personaggi contenuti nei suoi romanzi.

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Lucy Maud Montgomery, “Il sentiero alpino. La storia della mia carriera”, coll. Windy Moors, vol. 7. Traduzione e cura di Riccardo Mainetti, flower-ed 2017.
In ebook e cartaceo. In uscita il 20 marzo.

Lucy Maud Montgomery, benvenuta in flower-ed!

8 marzo

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Quel sole così luminoso era bellissimo. Dopo i lunghi giorni invernali grigi e freddi appariva ancora più appagante e scanzonato.
Non per Pietro.
Lui sentiva il malessere dentro.
Un misto di tristezza e nostalgia che appesantiva ogni suo pensiero, rallentando ogni azione, mutilando ogni parola.
Aveva finito di lavorare presto.
Dopo quella telefonata non aveva avuto più la forza di proseguire e aveva disdetto tutti gli appuntamenti.
Bambini tutti bellissimi ma con lo sguardo e la mente sporcati dagli egoismi, dai vizi e dalle violenze degli adulti, spesso, peggio ancora, dei genitori.
Erano tanti, purtroppo, e lui li seguiva, li ascoltava, li sollecitava cercando di accompagnarli in un percorso di ricostruzione di un sentimento di sé e dell’altro che portasse speranza e perdono.
Tubio non era riuscito a concludere il cammino. In quella mattina in cui lo sguardo sporco del padre si era posato su di lui con violenza subdola, fatta di sfiori e di sussurri, aveva deciso di uscire da quel gioco perverso che non riusciva a smettere di subire.
Cartella in mano, si era sbattuto la porta alle spalle.
Nelle orecchie ancora l’eco della voce, roca e impastata di alcol, fumo e sesso, di quell’uomo che lo salutava chiedendogli di tornare presto.
Un attimo di esitazione guardando il pianerottolo, poi correndo e singhiozzando era salito fino all’ultimo piano e, nel tempo di un respiro, aveva preferito la libertà e si era tuffato fra le braccia gelide della morte.
Pietro sapeva la tragedia; l’aveva conosciuta personalmente, l’aveva vissuta da giovane.
Ne era uscito, con fatica, con sofferenza.
Aiutato da persone forti e tenere che avevano ridonato la gioia di vivere.
Non aveva dimenticato.
Cercava con il suo lavoro di aiutare i tanti che, come Tubio, avevano un trascorso simile al suo.
Qualche volta sentiva di aver fallito, peggio ancora di essere un fallito.
La telefonata sul gesto disperato del bambino lo aveva annientato.
Annichilito e ammutolito era tornato a casa. Il tempo di disdire gli ultimi appuntamenti e si era gettato stravolto sul letto, lasciandosi sopraffare dal sonno.
In quelle ore di ristoro si era affacciato alla sua mente Tubio, la sua corsa su per le scale e infine il volo giù dall’ultimo piano.
A quel punto si era svegliato. Madido di sudore e terrorizzato, pur consapevole che la tragedia vissuta nell’incubo avesse un epilogo molto più tragico e definitivo di quello della realtà.
Fece velocemente una doccia e, dopo un caldo e amaro caffè, si era vestito in fretta, desiderando andare all’ospedale a incontrare Tubio.
Il bambino, scappando di casa, era inciampato e si era fatto molto male, a tal punto da venire ricoverato con una gamba rotta, un occhio livido, qualche punto sulla testa.
Forse non erano tutti frutti della caduta.
L’incontro fra i due fu dolcissimo.
Il piccolo, sentendo dei passi alla porta della stanza, aveva girato il capo e aveva incontrato lo sguardo di Pietro. Un abbraccio fatto di comprensione, tenerezza e dolcezza.
Un sorriso e nessuna parola.
Per entrambi importante la presenza dell’altro.
Pietro si sedette vicino al letto e stette lì silenzioso, prendendolo per mano e attendendo che si addormentasse.
A quel punto si lasciò andare anche lui, riuscendo finalmente a riposare.

Quando Pietro lasciò l’ospedale era più tranquillo, quel tempo trascorso insieme a Tubio gli aveva dato la consapevolezza che il bambino era pronto e determinato a uscire dalla spirale di una famiglia a pezzi senza sentirsi in colpa per il dramma che si stava lasciando alle spalle.
I giorni futuri non sarebbero stati tutti un mare calma piatta, ma l’importante era che si affrontasse la tempesta insieme e con strumenti di bordo preparati per tale eventualità.
Con passi decisi si avviò verso il suo studio.
Molti appuntamenti facevano capolino dall’agenda.
Ogni nome, un volto, una storia, una difficoltà per la quale si chiedeva una mano nel viverla.
Pietro era contento del suo lavoro, della sua missione umana e professionale.
Un po’ meno della sua vita privata.
Malgrado fosse quasi sulla soglia dei quarant’anni non era ancora riuscito a trovare la persona giusta, quella che ti mette di fronte alla certezza dell’amore per sempre.
Vi erano state alcune storie importanti, con la parvenza e i presupposti del lungo periodo, poi in un soffio, per motivi effimeri, erano sfumate senza lasciare traccia, senza colpo ferire.
Francesca, seduta in portineria, appena lo vide varcare la soglia gli sorrise gentile.
“Buongiorno dottore. Tutto bene? Vuole un caffè?”
Il piccolo condominio, dove aveva lo studio, da qualche mese usufruiva dei servizi di una signora che ne controllava gli ingressi.
Non doveva occuparsi di pulizie delle scale o attività analoghe, doveva solo custodire l’edificio da intrusioni non gradite.
L’assemblea dei condomini, composta da persone attente e determinate, aveva posto molti parametri a questa ricerca mirata ad assumere una persona che fosse fidata, intelligente, garbata, sveglia, colta e, per ultimo, di bell’aspetto.
Pietro, quando si era conclusa la riunione, era uscito certo che difficilmente avrebbero trovato qualcuna con tutte quelle qualità.
Si era sbagliato. Qualche settimana dopo, l’amministratore aveva sottoposto la candidatura della signora Francesca. Nessuno aveva sollevato obiezioni e tutti avevano ringraziato per l’esito della ricerca.
Si trattava di una giovane vedova, originaria di un paese di montagna, in città per studiare presso la facoltà di Lettere, con la necessità di mantenersi agli studi.
Era graziosa ed educata, sempre sorridente.
Una di quelle persone che può riuscire a mandarti via senza offenderti, facendoti sentire perfino rispettato. Un garbo deciso e delicato malgrado la determinazione.
Pietro era rimasto da subito colpito da lei.
Era come se la sofferenza del lutto per la perdita del marito non avesse lasciato traccia.
Era sempre così serena e tranquilla.
Era pura armonia, in simbiosi con chiunque la avvicinasse.
Era una presenza leggera, si muoveva con la delicatezza di una ballerina di danza classica.
Sono d’accordo con te, Pietro ne sembrerebbe innamorato.
Diciamolo: era cotto perso, ma lui ancora non l’aveva capito.
Lui, il professionista della mente umana, si stava perdendo fra strane sensazioni di confusione ogni volta che incrociava il verde profondo degli occhi della portinaia.
Pietro arrossiva e quando capitava si sentiva così a disagio, così stupido.
Pietro arrossiva sempre quando si soffermava con Francesca, che però sembrava cogliere solo che davanti a lei ci fosse un uomo alto, con un bel torace e apprezzabili muscoli spalle-braccia, capelli castano chiari, leggera barbetta e occhiali di tartaruga marroni, abbigliamento sportivo ma curato: un uomo interessante…

Camminavano mano nella mano avanzando nel buio della sera verso l’auto, lasciandosi alle spalle il ristorante che li aveva ospitati per cena, ai piedi della collina.
La giornata, iniziata con la sveglia per entrambi alle sei del mattino, era stata molto impegnativa e la decisione di uscire a cena era partita da Pietro, che aveva invitato Francesca con un SMS frettoloso e impersonale.
Quanti dubbi dietro quel messaggino.
Voleva una serata tutta per loro, un momento bello e romantico, e aveva scelto con cura il posto cercando fra le tante recensioni della rete.
Lei aveva risposto senza esitazioni accettando l’invito.
Tutto era stato perfetto dalla tavola, con candela e fiori al centro, al cameriere cordiale ma riservato che aveva consigliato con professionalità appassionata cosa scegliere dal menù.
Tutto aveva contribuito a rendere magica e romantica la serata.
Quanto è importante, malgrado le difficoltà, le fatiche, le stanchezze: lasciare fluire un po’ di poesia, del tempo innaffiato di dolcezza, e incorniciarsi per qualche ora dentro uno spazio esclusivo e di coppia.
Pietro aveva colpito nel segno e, passando da un improvviso, tecnologico SMS, aveva riempito l’oggi, caricandolo di forza e passione, per rilanciarlo con decisione verso il domani.
La crema allo zabaione con cui avevano concluso la cena era la sintesi della loro storia. Per arrivare a tanta bontà ci vogliono ingredienti giusti miscelati con forza e determinazione, cuocendoli nello stesso tempo a bagnomaria, a fuoco lento, con molta attenzione affinché la crema non bruci o non impazzisca.
Pietro e Francesca erano ormai sposi da quasi trent’anni e quanti giorni dalle sfaccettature più diverse avevano vissuto!
Il piccolo Tubio, una volta compreso che volevano amarsi per sempre, era stato da loro adottato, e presto circondato dall’arrivo di due fratellini e una sorellina.
Un inizio facile e al suono di un impetuoso walzer di Strauss, per passare nel tempo a qualche lento, poi a girotondi di famiglia, a qualche ballo di gruppo con amici, qualche tentazione di ballare da soli al tempo di ritmi dissonanti.
Le note del walzer riportavano però le loro braccia a cercarsi, si cingevano e ritrovavano quella sintonia dei primi momenti.
Quella sera era stato un continuo sottofondo di musica jazz dai ritmi non aggressivi, piacevolmente calmi ma anche coinvolgenti.
Musica diversa ma di grande bellezza.
Come sarà il domani dei nostri protagonisti?
Hai ragione, come per ogni domani anche per questo non ci è dato di sapere; possiamo pensarlo, immaginarlo e sperare che possa essere sempre un allegro giro di giostra, consapevoli però che dobbiamo metterci la nostra volontà di muoverci insieme, difendendo la coppia come sintesi del rispetto e della ricchezza dell’altro che ci completa, rendendoci così unici e sulla via della perfezione.
Pietro e Francesca erano riusciti a costruire un’unità, dalle loro specificità e differenze, terreno umido e fecondo per far maturare il loro amore e renderlo accogliente per viverlo con dei figli.
Auguro a tutte le donne di avere il coraggio e la forza di superare le difficoltà come Francesca e la fortuna di trovare persone speciali, attente e generose come Pietro.

Buona Festa della Donna. Buon 8 marzo,
Amalia Santiangeli

*Personaggi, luoghi e storia sono tutti frutto di fantasia.

 

8 marzo

Una ghirlanda per ragazze (ma non solo)

louisa_may_alcott_headshotChi ha detto che immobilità forzata debba per forza essere sinonimo di ozio? Per avere la conferma di quanto questa credenza sia clamorosamente falsa potete leggere la mia traduzione di A Garland for Girls di Louisa May Alcott.

Ora voi vi chiederete: “Cosa c’entra questo con il discorso su immobilità e ozio?” Ve lo spiego subito. Quando Louisa May Alcott scrisse Una ghirlanda per ragazze, questo il titolo dell’edizione italiana della magnifica raccolta di racconti della “mamma” della saga di Piccole donne, da qualche giorno pubblicata dalla flower-ed e in vendita sia in formato ebook che in formato cartaceo, si trovava confinata a letto. Essendo impossibilitata a fare altro, la Alcott decise di dedicarsi a quello che sapeva fare meglio: scrivere. Così nacquero, per suo personale diletto, i sette racconti che compongono questa meravigliosa ghirlanda.

Quando la Direttrice della casa editrice mi ha chiesto di cimentarmi nella traduzione di questa raccolta ho risposto, entusiasta e ottimista come sempre, qualcuno potrebbe dire anche un poco temerario, di sì. Si trattava della prima traduzione in assoluto in italiano e mi trovavo a contatto con “una signora all’antica”, per parafrase il titolo di un altro dei romanzi usciti dalla penna e dal talento sconfinato della Alcott, così, quando mi sono trovato davanti il testo, ha cominciato a subentrare un po’ di giusto e doveroso timore reverenziale.

Essendo, infatti, un testo risalente alla fine del XIX secolo anche il mio italiano avrebbe dovuto adattarsi e farsi dovutamente “all’antica”. Una prova non da poco, ma anche un compito assai challenging come dicono Oltremanica e Oltreoceano e, come sa bene chi mi conosce da più tempo, non c’è niente che mi piaccia di più delle avventure challenging.

una-ghirlanda-per-ragazzeE quindi pronti, partenza, via! Ho cominciato a immergermi nella traduzione di Una ghirlanda per ragazze e, fin dalle primissime pagine, ho potuto rendermi conto della bellezza e della poesia, poesia vera e propria, insita in quei racconti. Protagoniste delle storie sono delle Piccole donne che vivono la propria vita in boccio facendo di tutto per poter diventare delle donne di valore umano incomparabile. Ogni racconto porta il titolo di uno o più fiori o piante, che hanno un compito e un valore ben preciso; connotano, infatti, il carattere e l’approccio alla vita delle protagoniste.

I fortunati lettori – ho utilizzato appositamente il sostantivo al plurale maschile in quanto questa ghirlanda avrà molto da insegnare anche a noi uomini – di questo meraviglioso volume scopriranno in esso anche che la poesia, quella più vera e bella, può essere nascosta, anzi lo è, persino nel semplice lavoro quotidiano, anche il più umile, se svolto con amore e dedizione.

Quindi, concludendo, che siate ragazze (e ragazzi) ancora in attesa di sbocciare o che siate persone già adulte e mature nulla cambia. Leggete Una ghirlanda per ragazze gustandolo e meditandolo, perché, come per quel che riguarda l’apprendimento, c’è sempre tempo anche per migliorarsi.

Riccardo Mainetti

Louisa May Alcott, Una ghirlanda per ragazze, traduzione e cura di Riccardo Mainetti, coll. Five Yards, vol. 5, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Una ghirlanda per ragazze (ma non solo)

La prugna di Beba

blackthorn-1621554_960_720Beba camminava lentamente e scuoteva la testa pensando che mai avrebbe immaginato di dover dare una prugna secca alla vecchia Mewa.
Una prugna secca, la prugna che aveva raccolto in quella calda mattina d’estate insieme alle anziane del villaggio.
Che rito la raccolta delle prugne!
Ogni mese era dedicato alla raccolta di un frutto e, a seconda del grado di fortuna, ci si ritrovava nel campo di profumati limoni, in quello di grassottelli mirtilli o, meglio ancora, in quello delle dolci e succose pesche.
Tutti, prima o poi, durante l’anno partecipavano a una raccolta. A Beba era toccata quella della prugne, anzi della prugna.
Tutta una mattina trascorsa a immergersi nel frutteto, seguendo passo passo le vecchie sagge.
Uno sguardo, un’indicazione, una parola.
Qualche assaggio.
Che gusto la frutta appena raccolta! Colma ancora di quel calore che narra la vita, di quel sapore vibrante che comunica la dolcezza della natura benigna e feconda.
Beba e la sua prugna. Studiata, osservata e alla fine scelta e, con delicata e attenta presa, colta.
Beba e la sua prugna, con decisione conservata, non sacrificata all’effimero egoistico piacere del tutto e subito.
La prugna era un insegnamento, era un dono, era una certezza e, come tale, valeva il sacrificio del piacere odierno per essere custodita nel tempo.
Camminando e scuotendo la testa, a tutto questo Beba ripensava. Incredula e dispiaciuta di doversi separare da quella che era diventata la sua prugna secca.
Quando giunse davanti alla vecchia Mewa si sentiva il cuore colmo di tristezza e soprattutto una solitudine da incomprensione.
Nessuno fino a quel momento aveva conservato uno dei frutti raccolti. I più li mangiavano subito, lasciando i semi scartati nel prato stesso del frutteto. Gli altri li portavano in dono a una persona stimata, amata o bisognosa.
Quando la notizia della prugna secca di Beba era diventata di dominio pubblico, per un allegro, ciarliero e ironico tam tam fra amici, aveva creato stupore e curiosità.
Non solo, aveva stimolato il pensiero creativo delle vecchie sagge che, senza mezzi termini e possibilità di dibattito, aveva decretato che Beba dovesse portare e consegnare la prugna secca a Mewa.
Le due donne si incontrarono nel luogo sacro, quello che accoglieva le nascite invitando il filo d’oro dell’infinito a cucirsi nel cuore del nuovo venuto per rendere la sua anima sempre carica di luce.
Il luogo degli incontri per sempre, delle partenze verso i cammini senza ritorno, quelli delle strade che non si conosceranno mai completamente se non nel momento del passo in avanti.
Era il luogo degli sguardi nel buio e dei sussurri urlati da voci senza suoni.
Il posto dove il mistero del sacro che ci accompagna abbraccia l’attimo per renderlo all’eternità.
Non aveva nome. Non serviva. Tutti lo conoscevano e sapevano quando andarvi.
Beba aveva percorso tutta la strada arrovellandosi su pensieri scuri, di dispiacere per l’incomprensione, di tristezza per il destino atteso, di risentimento verso la superficialità dell’uomo.
Lentamente era arrivata al cospetto di Mewa.
Solo loro due, nessun altro se non la compagnia del respiro e della speranza di chi era presente malgrado i limiti di spazio e tempo.
Testa bassa, mano in tasca chiusa sul cartoccino che avviluppava il frutto così carico di significato.
In quel palmo chiuso, in quel pugno contrito la sintesi delle insicurezze che ci zavorrano e che il più delle volte non si comprendono.
Mewa non disse una parola. Solo sguardi che finivano nel profondo di Beba, e la scuotevano dal suo torpore fanciullino.
In un leggero alito di vento, la purezza degli insegnamenti spazzò via i detriti accumulati da tanti piccoli e grandi inciampi. Ogni ferita fu sanata e Beba sentì che la prugna riacquistava rotondità e sostanza.
Non si colgono i frutti se non per saziare, per dare nutrimento.
Questo il mantra che nelle orecchie di Beba risuonava in un’eco silenziosa.
Inginocchiandosi con il capo chino, la prugna fu portata fuori dalla tasca e il palmo aperto la porse alla vecchia.
Quel cartoccino che avviluppava il frutto fu da lei preso e scartato.
Era vuoto. Non conteneva alcuna prugna.
Possiamo contrastare il cammino, il compito che ci è stato affidato, ma non saremo mai più forti del suo significato.
Le nostre paure, le nostre ambizioni spesso capita ci stringano intorno a un dono dal quale non si riesca poi a separarsi, neanche per nutrirsi.
Il frutto però ci sazia lo stesso, ci fa crescere.
Beba comprendendo pianse a lungo, mischiando lacrime di pentimento a stille di gioia commossa.
Un abbraccio di amore sigillò quel rito di passaggio. Era la fine di un ciclo di maturazione di quel frutto che si chiama essere umano.

Amalia Santiangeli

La prugna di Beba

L’ultimo tuono della brughiera

ritratto-duyckinick-1873-based-on-a-drawing-by-george-richmondCi siamo. Abbiamo portato a termine il nostro progetto dedicato al Bicentenario di Charlotte Brontë. A duecento anni dalla sua nascita, siamo felici di aver dato anche una voce italiana a chi in fondo portava un cognome italiano. E, per dirla tutta, un italiano… greco. Riecheggia nelle nostre menti proprio come un tuono, il sentimento controverso che spinse la nostra amica a scrivere I Moore. È chiaro ormai che lei non amava scrivere a comando, perché all’ispirazione non si comanda, come al cuore e, visto che I Moore doveva essere un allungamento forzato de Il professore e un suo miglioramento, quasi costretta dall’ambiguo giudizio dei suoi editori, Charlotte ci provò. Contro voglia. Contro voglia seguì il consiglio di William Smith Williams che prometteva una rivalutazione del testo se avesse raggiunto la lunghezza di tre volumi e un pathos maggiore.

Il risultato è che ci troviamo con un’altra storia! Interrotta anche questa come accade anche negli altri tre romanzi incompiuti e nel punto in cui si accende la fiammella della trama.

i-mooreVogliamo e possiamo immaginare, avendone tutti gli strumenti, che William e Alicia formeranno una coppia dopo aver superato le prove della vita: sofferenza, sacrificio, stenti economici, sogni infranti, per scoprire loro stessi e abbattere il muro di facciata imposto da una società spietata, in cui al ricco è tutto dovuto, al povero tutto da dare.

Così Alicia capirà l’illusione della felicità materiale, per scoprire che soffrendo si viene ripagati da un sentimento genuino.

Ancora una volta bandiera di Charlotte è il sacrificio: nulla si deve ottenere se prima non si soffre. Così, ciò che era nato come un aggiustamento del compiuto, prende vita come un racconto incompiuto indipendente e I Moore sono i Moore non sono i Crimsworth. Forse, scrivendo questo intermezzo, l’autrice aveva già in mente Shirley e dunque possiamo collocarlo cronologicamente tra Jane Eyre e scansione-1Shirley stesso. Tra i due Charlotte rimise le speranze su Il professore, quel romanzo scritto per primo, tanto amato e pubblicato per ultimo, che non voleva modificare. Pur di vederlo stampato andò contro le proprie convinzioni. Ancora una volta Charlotte aveva ragione e gli editori sbagliarono, riparando col senno di poi, quando di Charlotte non rimase che il mito di una donna intellettualmente proiettata nel futuro.

In ultimo ci piace ricordare una piccola chicca vintage. Nel 1931 l’Editrice Sonzogno pubblicò una versione ridotta de Il professore, riportando come autore Miss Currer Bell. Finora abbiamo sempre ritenuto quello pseudonimo di matrice maschile. Ma nel ’31 tutto il mondo già sapeva che dietro quel nome fittizio si nascondeva una donna.

Alessandranna D’Auria

Charlotte Brontë, La storia di Willie Ellin, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 1, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Emma, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 2, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Ashworth, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 3, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, I Moore, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 4, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

L’ultimo tuono della brughiera