“DELL’ELMO DI SCIPIO”. INTERVISTA A SANDRO CONSOLATO (a cura di Federico Gizzi)

Dell’elmo di Scipio, il tuo libro sul Risorgimento, promesso per il 2011, è finalmente uscito. Ma come mai in forma di e-book?
Nel 2011 non si poté pubblicare perché l’editore che si era impegnato a farlo poi cambiò idea. A invogliarmi a ricorrere all’e-book – ed anche a non farmelo considerare un ripiego ma una eccellente alternativa – è stata la mia amica (ed anche collaboratrice de “La Cittadella”) Michela Alessandroni, che a febbraio ha varato la sua casa editrice, la flower-ed, per la quale appunto è ora uscito il mio saggio. Quella dell’e-book è una scelta che penalizza i lettori non informatizzati, ma è un fatto che ormai questi sono davvero pochi; non vanno poi sottovalutate le grandi potenzialità di questo nuovo tipo di editoria, e i vantaggi rispetto al cartaceo, come quello di poter aggiornare in modo continuo e senza ricorso a costose ristampe la prima edizione del testo.
Il sottotitolo esplicativo del tuo libro recita: “Storia d’Italia, Risorgimento e memoria di Roma”. Non sembra il classico libro, pro o contro, sul Risorgimento…
Il libro ha 13 capitoli, 15 se consideriamo anche l’introduzione e la conclusione, entrambe ampie ed importanti. Dei 13 capitoli 9 sono dedicati a figure, correnti, eventi, aspetti del Risorgimento, seguendo la periodizzazione classica che va dalle cosiddette “repubbliche giacobine” all’età umbertina. Ma i primi tre capitoli riguardano tutta la storia precedente d’Italia e sono legati ai seguenti dal tema della “memoria di Roma”, poiché la tesi centrale dell’opera è che l’unità etnico-culturale e politica dell’Italia si deve a Roma antica, e l’ideale successivo di uno Stato degli Italiani, dal Medioevo in poi, ha sempre trovato il suo fondamento principale, appunto, nella “memoria di Roma”. Il titolo del libro, intellegibile per ogni italiano, sintetizza, penso efficacemente, il concetto.
Il tuo libro viene da lontano, da una fortunata serie di articoli su “Politica Romana” degli anni ‘90, se non sbaglio…
Sì, è così. Nel 1996 pubblicai per quella rivista fondata da Piero Fenili e Marco Baistrocchi – una rivista congiungente gli interessi esoterici a quelli storico-politici – un articolo sulla Grande Guerra, teso a valutare positivamente questo evento grande e terribile vissuto dal giovane Regno d’Italia.  Baistrocchi, un diplomatico con profondi interessi per l’esoterismo e la religione romana, mi invitò ad ampliare l’orizzonte di quell’articolo, chiedendomene uno sul Risorgimento, ove, come avevo fatto per il ‘15-‘18, se ne mettesse in luce la dimensione “romana”. Fu così che iniziai uno studio molto approfondito, che mi portò a scrivere non un articolo ma un ponderoso saggio, che fu pubblicato in tre puntate, seguendo i tempi un po’ problematici della rivista che lo ospitava, così che la prima parte apparve nel 1997 e l’ultima solo nel 2004.
Quel lavoro, nonché tanti altri articoli e interventi in internet sempre aventi a che fare col Risorgimento, mi hanno procurato, almeno negli ambienti che si interessano al rapporto tra esoterismo e storia, e politica, una certa notorietà come studioso filo-risorgimentale del Risorgimento, e da parte di davvero molti amici e lettori l’invito a condensare in un libro tutto ciò che avevo pensato e scritto in materia. Dunque, Dell’elmo di Scipio – questo va senz’altro detto – non è la mera riproposizione di quanto pubblicato su “Politica Romana”: il libro ha riferimenti storiografici, e di cronaca culturale e politica, che arrivano alle soglie del 2012.
Forse è il rapporto con l’esoterismo che andrebbe chiarito… Il Risorgimento al massimo viene legato, ora in positivo ora in negativo, con la Massoneria…
Fondamentalmente io sono uno studioso di esoterismo, di quelli che Guénon chiamava “studi tradizionali”, e sono, per quanto riguarda il personale orientamento spirituale ed intellettuale, conosciuto come esponente di quella corrente alla quale è stato dato il nome di “tradizionalismo romano”, cui è proprio il rivendicare la permanente attualità della spiritualità precristiana italico-romana. Ora, nel mio libro sostengo  che dal Medioevo in poi hanno agito nella storia del nostro Paese delle élites “pagane”, alcune anche d’indirizzo ermetico, che hanno mantenuto vivo, influenzando anche la letteratura e le arti, l’ideale “romano” dell’unità d’Italia, e hanno pure concretamente operato per la sua attuazione. Dal ‘700 fino al primo ‘900 anche nella Massoneria sono state veicolate le influenze di quelle élites. Comunque sia, l’Italia una, senza la memoria culturale della Romanità, trasmessa di secolo in secolo soprattutto dai letterati, non si spiega.
L’introduzione del tuo saggio fu anticipata nel novembre del 2010 con un intero paginone su “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Allora colpì – ne tiene positivamente conto anche Adriano Scianca nel suo saggio Riprendiamoci tutto dedicato alle idee-base di Casa Pound – la tua forte sottolineatura del diffuso orientamento antirisorgimentale nella destra italiana, oltre che nella sinistra.
Io, nell’introduzione, che nel libro ora pubblicato ha subito qualche necessaria variante, dovuta agli eventi del 2011, ho voluto mettere in luce come la Lega – della cui dirigenza oggi vediamo svelata la miserabile natura – non venisse fuori dal nulla, nel suo animus sia antiromano sia antirisorgimentale. L’ideologia leghista è inspiegabile senza il retroterra antirisorgimentale delle famiglie politiche dell’Italia repubblicana: comunismo internazionalista, cattolicesimo universalista e antiunitario, estrema destra germanofila e cattolico-integralista. Ho dato particolare rilievo alle posizioni di destra perché è la cultura di destra quella storicamente più attenta alle mitologie politiche, alle connessioni tra il sacro e il politico, all’idea di influssi esoterici nella grande storia.
Ma il tuo saggio, può essere etichettato politicamente? Si rivolge ad una parte politica in particolare?
E’ esattamente da 30 anni che vivo nell’ambito della cultura di destra e la considero ancor oggi la mia cultura di appartenenza. Attenzione: parlo di cultura, e non di area politica, poiché non mi riconosco in nessun partito o movimento di destra attualmente operante nel nostro Paese. Il mio è un libro che nasce, come già ho detto, nell’area degli “studi tradizionali”, che in genere sono annessi alla cultura di destra, ma se dovesse essere proprio etichettato politicamente, forse gli converrebbe una etichetta di “sinistra nazionale”, poiché la massima valorizzazione la riceve la sinistra risorgimentale (con Mazzini, Pisacane, Garibaldi, Crispi), in quanto nell’800 è stata questa corrente, e non la destra moderata cavouriana, a sentire fortemente e a veicolare attivamente il mito di Roma. Ad ogni modo, nel mio saggio ho voluto mostrare come sia possibile a vari possibili schieramenti politici italiani trovare nel Risorgimento figure ed idee che servano da modello, e che giudico tutte positive, proprio per l’accento da esse posto su una concezione dello Stato e della società sensibile a valori “antichi”, come il primato della spiritualità e della politica rispetto alla sfera economica, il riconoscimento di un’etica guerriera (senza che ciò significhi esser guerrafondai) come necessario elemento vitale di una nazione pure democratica, la decisa opposizione al temporalismo della Chiesa cattolica, anche da parte di chi aderisca alla sua religione. Insomma, alla destra liberale indico come esempi Ricasoli e Sella; alla sinistra Pisacane, Mazzini e Garibaldi; ad una “destra sociale” i precedenti ma anche Crispi. In fondo, anche nel miglior fascismo erano presenti pure tutte queste eredità.
Tu sei meridionale, sai bene che vi è una forte critica d’origine meridionale all’unificazione nazionale, addirittura con punti di vista filo-borbonici. Nel tuo libro affronti questa problematica?
Da ragazzo – ne fanno fede due miei libriccini giovanili di poesie – avevo una forte ideologia “meridionalista”, connessa a posizioni di estrema sinistra, che mi portavano anche ad una simpatia verso il cosiddetto “brigantaggio”. Mi sono poi reso conto dei forti limiti storiografici di certo antirisorgimento meridionalista, sia di sinistra sia di destra, nonché del profondo errore spirituale, politico ed etico che vi sta dietro. Non mi va più neanche di dirmi “meridionale”, poiché in effetti sono pienamente “italiano”: padre calabrese figlio di un siciliano formatosi a Torino, madre puramente lombarda. C’è un Sud comunque in cui mi riconosco, che è fondamentale per la vita eterna dell’Italia, ed è il Sud di Pitagora, di Campanella, di Giordano Bruno, ma anche quello di tanta gente comune che manifesta spontaneamente alcuni positivi valori del passato, come il senso della comunità e dell’ospitalità.  Senza il Sud l’Italia mancherebbe di alcuni fondamentali impulsi spirituali. Nel mio libro, ho dato il massimo risalto al ruolo attivo, creativo, del Sud nel Risorgimento, dal ‘700 in poi. Il Sud ha espresso figure straordinarie di patrioti, figure notissime ma anche semisconosciute, di grande qualità spirituale e intellettuale, di salda forza etica, di stupendo coraggio guerriero. E’ peraltro vero che dopo il ‘60 il Sud ha conosciuto una vera guerra civile – quella conosciuta col termine “brigantaggio” –  in buona misura conseguenza della vittoria della parte liberal-moderata del movimento unitario su quella democratica, che non a caso avrà poi al Sud (a Messina ad es.) le sue roccaforti elettorali.
All’apparire del governo Monti, Eugenio Scalfari disse più o meno che finalmente riappariva la Destra liberale “perbene” dei primi decenni dell’Unità. Che ne pensi di una simile affermazione.
Scalfari in passato ha sfoderato la retorica risorgimentale contro la Lega, poi di recente ha dichiarato – alla Gruber se non ricordo male – che lui si sente solo “europeo”, che è “italiano” così come uno è “fiorentino”. In quel momento l’ho disprezzato tanto quanto disprezzo Umberto Bossi. Nel mio libro si potrà notare come un Sella, ad es., non avrebbe mai detto una cosa simile. Quanto al governo Monti, nelle conclusioni del mio saggio io ricordo la figura di Silvio Spaventa (meridionale, per inciso), che da ministro dei Lavori pubblici del governo della Destra ingaggiò una veemente campagna contro le società anonime della finanza internazione, battendosi per la statalizzazione delle ferrovie, sostenendo il primato dell’interesse nazionale su ogni interesse privato. Certo, c’erano altri uomini politici dell’epoca, come Ubaldino Peruzzi, che erano per le concessioni ai banchieri Rothschild e Péreire, ma io sto con Spaventa, uno che diceva che le ferrovie dovevano essere pubbliche perché così erano le antiche vie romane, considerate «come cosa sacra, e assolutamente estranea a qualunque idea di privato lucro», uno che diceva che «la fede nella patria e nella solidarietà umana, qualche cosa che non sia solamente il nostro miserabile egoismo, io la credo necessaria e salutare per il mio Paese». Insomma, niente a che fare con Berlusconi, ma neanche con Monti.
di Sandro Consolato 
“DELL’ELMO DI SCIPIO”. INTERVISTA A SANDRO CONSOLATO (a cura di Federico Gizzi)