Passeggiata letteraria “Sui passi di Charles Dickens”

Charles_Dickens

26 ottobre 1833, parla il re del romanzo noir, Edgar Allan Poe:

Alla fine, dopo tanti giorni di pellegrinaggio e ardente sete (sete per le sorgenti del sapere che in te sono), io m’inginocchio, quanto mutato ed umile, fra le tue ombre, e così m’inebrio l’anima della tua grandezza, della tua tristezza e della tua gloria!

Immensità e Età! E memoria del Passato! Silenzio e Desolazione! Notte profonda! Io sento voi, ora, io sento voi ora nella vostra potenza! O incanti più sicuri di quelli che mai re giudeo provo né giardini di Getsemani! O incanti più potenti di quelli che l’estatico mai trasse dalle alte, tranquille stelle!

Qui dove cadde un eroe, cade una colonna! Qui dove l’Aquila splendette nell’oro, la mezzanotte vigile tiene il nero pipistrello! Qui, dove le matrone di Roma le loro dorate chiome agitarono al vento, ora ondeggiano la canna e il cardo! Qui, dove il monarca si sdraiò, passa la rapida e silenziosa lucertola delle pietre!

Ma arrestati! Queste mura, questi archi rivestiti di edere, questi plinti che si riducono in polvere, queste colonne tristi e nere, questi vaghi cornicioni, questo regio sgretolato, queste cornici frantumate, questo naufragio, questa rovina, queste pietre, ahimè, queste pietre grigie, sono tutto, tutto del famoso e colossale lasciato dalle roditrici ore del fato e a me

Il nostro viaggio inizia qui, dove si erge il simbolo della grandezza dell’uomo e della sua piccolezza che lo corrode, vittima del tempo.

Allor che né miei freschi

Anni pellegrinava, in una notte

Simile a questa, mi trovai nel circo

Del Colosseo, mirabile reliquia

Del romano poter. Le folte, piante

Lungo quei minati archi cresciute,

piegavano, ondulando i foschi rami

sul cupo azzurro della notte, e gli astri

splendevano ad or ad or per li ampi fori

di quei ruderi illustri

Vogliamo pensare che Lord Byron, quando venne a Roma a trovare i suoi amici Keats e Shelley, ormai morti, passò di qui e scrisse questi versi del poema Manfredo. Ci eravamo lasciati al Cimitero Acattolico, lì dove il protagonista della nostra passeggiata odierna, passò e disse questo:

Da un punto della città, guardando al di là delle mura, una piramide tozza e sgraziata (il sepolcro di Caio Cestio) forma un triangolo opaco nella luce lunare. Ma per il viaggiatore inglese serve anche a indicare la tomba di Shelley, le cui ceneri riposano sotto un piccolo giardino lì presso. Ancora più vicino, quasi nella sua ombra, giacciono le ossa di Keats, “il cui nome è scritto in acqua” ma che brilla luminoso nel paesaggio di una quieta notte italiana

Siamo ancora sui passi degli inglesi del Grand Tour iniziato nel Settecento e che proseguirà per tutto il secolo successivo. Nelle prime due “puntate” abbiamo conosciuto John Keats e Percy Shelley, nei luoghi che vissero e dove sono adesso, nel loro letto di pace. Amavano Roma, l’amarono, diversamente da chi oggi ci accompagna per le sue vie con parole dure. Sarà che venne nel momento sbagliato della sua vita, sarà anche che la scelta del periodo fu infelice, a Carnevale, sarà che Dickens a trent’anni aveva già tutto: soldi, fama e una carriera in salita… E l’amore? Era sposato, ma sua moglie quasi lo infastidiva, perché poi si scoprirà attratto dalla cognata molto più giovane. E perché abbiamo scelto questo antipaticone che descrisse Roma quasi con orrore? Perché fu vittima del suo stesso sentimento: ci ha insegnato a cambiare le nostre vite, lui cambiò il suo pensiero una volta finito il viaggio in Italia. E poi è Natale, e Natale in letteratura è Charles Dickens.

Scrisse alcune storie a tema natalizio, ma Il canto di Natale resta il racconto sempreverde delle nostre vite, da piccoli e da grandi. Oggi, dinanzi al Colosseo scegliamo di parlare di un Natale diverso. Oggi, più delle altre due volte, la nostra passeggiata ripercorre i sicuri tragitti di Dickens e lo fa partendo dal simbolo di questa che non è solo una città, è la nostra storia. Solo l’Impero di Alessandro Magno, per estensione superò quello di Roma, eppure di quel regno non ci resta nessun simbolo. Di Roma invece sì. Siamo nella terza regione augustea Isis et Serapis, la regione della luna e del sole, del loro ciclo continuo di rinnovamento, un ciclo eterno, come Roma e il suo simbolo assoluto. Dickens rimase scioccato da questo luogo, che nella sua grandezza e imponenza non era altro che il simbolo della piccolezza umana: perché qui si uccideva.

Voluto dall’imperatore Vespasiano sull’antico laghetto artificiale della Domus Aurea di Nerone, terminato nell’80 d.C. da Tito, restaurato da Severo Alessandro, l’Anfiteatro Flavio fu usato per le venationes, gli spettacoli di caccia. Nel medioevo prende nome di Colosseo e diventa fortezza della famiglia Frangipane. Nel 1740, papa Benedetto XIV lo dota delle stazioni della Via Crucis quando già è stato rovinato da terremoti e spoliazioni per il recupero dei materiali. Alto 48,50 metri, con tre ordini architettonici di tipo greco (dorico, ionico, corinzio) conteneva circa 73.000 spettatori ed era vicino al Ludus Magnus, la caserma dei gladiatori che vi combattevano.

La leggenda vuole che qui i martiri paleocristiani venissero uccisi nei modi peggiori e la falsa prova è che molti di loro furono sepolti qui intorno, in chiese e case private che ne custodiscono ancora le reliquie. Ed ecco, che di fronte all’arena della morte, Dickens si esprime così:

Non è fantasia romanzesca, ma autentica, sobria, onesta verità, il dire: così suggestivo e nitido è, ancora adesso, che, per un attimo – e in realtà proprio quello in cui si entra -, chi vuole può avere l’intero enorme edificio davanti a sé; con migliaia di volti bramosi, con gli sguardi rivolti verso l’arena dove è incorso un tale turbine di lotta e sangue e polvere, come nessuna espressione può descrivere. L’attimo successivo la sua solitudine, la sua orrida bellezza e la profonda desolazione colpiscono il visitatore, come un sottile dolore; e mai nella sua vita, forse, sarà così commosso e sopraffatto da una visione che non sia direttamente connessa con i suoi affetti e i suoi dolori.

Vederlo lì, sgretolarsi, un pollice all’anno; i muri e gli archi coperti di verde; i corridoi aperti a giorno; l’erba crescere alta sotto i portici; giovani arbusti fiorire sui suoi scabri parapetti, e far frutti, prodotti fortuiti dei semi lasciati cadere dagli uccelli e fanno il nido nelle sue fessure e nei suoi crepacci; vedere la Fossa dell’Arena riempita di terra e, piantata al centro, una Croce, simbolo di pace; arrampicarsi sino alle stanze superiori e volgere lo sguardo su rovine, rovine, tutt’intorno rovine: gli archi trionfali di Costantino, Settimio Severo e Tito; il Foro Romano, il palazzo dei Cesari; i templi dell’antica religione crollati e scomparsi; è come vedere il fantasma dell’antica Roma: perfida, meravigliosa antica città, aggirarsi per gli stessi luoghi che il suo popolo calpestò. È lo spettacolo più impressionante, più maestoso, più solenne e grandioso e imponente che si possa concepire. Mai, al tempo della sua sanguinosa giovinezza, la vista del gigantesco Colosseo, pieno e traboccante di vita sfrenata, può aver commosso un solo cuore come deve commuovere tutti quelli che lo visitano adesso che è in rovina. Una rovina, Dio sia ringraziato!

Come si erge tra le altre rovine, standosene lì, una montagna tra le tombe: così le sue antiche influenze vivono – a tutti gli altri resti dell’antica mitologia e delle vecchie carneficine di Roma – nel carattere fiero e crudele della popolazione romana. I lineamenti degli italiani cambiano man mano che il viaggiatore si avvicina alla città; la loro bellezza diventa diabolica e c’è appena una faccia su cento, tra la gente che popola le strade, che non sarebbe felice e a suo agio, domani, in un Colosseo rinnovato.

Questa era davvero Roma, finalmente; e una Roma come nessuno poteva immaginare nella sua piena e spaventosa grandezza”.

Lasciamo il Colosseo e le sue ombre del passato e ci avviamo verso il colle del Celio, diviso in due regioni augustee, la prima Porta Capena e la seconda Coelimontium. Siamo nel colle conquistato dall’etrusco Celio Vibenna che riunisce le tre cime Celio, Coeliolus e Succusa, occupato da abitazioni medio-patrizie e numerosi templi tra cui quello del Divo Claudio, Ercole Vincitore, Minerva Capta, dai Ludi, dal Lupanare, dall’ospedale, dall’obitorio.

Scioccato dal significato del Colosseo, Dickens si avvia verso il Celio. Ha ancora nella testa le immagini dei martiri trucidati e degli strumenti che furono usati per quelle stragi, conservate al Carcere Mamertino che aveva da poco visitato.

Salì per il Clivo di Scauro, costeggiando l’antica biblioteca di papa Agapito del VI secolo. Arrivò al titulus dei SS. Giovanni e Paolo e a qualcosa che Dickens sapeva o immaginava esistesse ma che non vide. Nel 1887 sotto la chiesa furono scoperti i resti di cinque case affrescate e che si ritennero sede della prima sepoltura dei martiri Giovanni e Paolo. Il complesso religioso era formato da due blocchi, il titulus Byzantis e il titulus Pammachii, laddove il termine titulus, indicava anticamente una sorta di parrocchia.  Giovanni e Paolo erano forse ufficiali, forse maggiordomo e primicerio della nobile Costantina che prima di lasciare Roma, consegnò i propri beni ai due fidati servitori. Questi li usarono per i poveri e al governo non piacque, furono uccisi e i corpi abbamdonati sul Celio, dove le tre anime pietose di Crispo, Crispiniano e Benedetta, fratelli, li seppellirono e che a loro volta, furono puniti per quel gesto. Erano cristiani anche loro. Sembra che l’ombra della morte non voglia lasciare Dickens…

Sotto la chiesa di San Giovanni e Paolo ci sono le fauci di una terrificante serie di caverne, scavate nella roccia, e si dice abbiamo un’altra uscita sotto il Colosseo – tremende oscurità di enorme estensione, semi sepolte nella terra ed inesplorabili, dove le fievoli torce, agitate dagli addetti, lasciano intravedere lunghe file di volte lontane che si diramano a destra e a sinistra, come strade nella città della morte e rischiarano l’umidore freddo che scivola lentamente sui muri, goccia a goccia, per raggiungere le pozze d’acqua che si sono formate qua e là e che non hanno visto e non vedranno mai un raggio di sole. Alcune descrizioni ne fanno le prigioni delle bestie feroci destinate all’anfiteatro; altre le prigioni dei gladiatori condannati; altre ancora, di ambedue. Ma la leggenda più terrificante da immaginare è che nella fila superiore (perché di queste caverne ce ne sono due livelli), i proto cristiani, destinati ad essere mangiati negli spettacoli del Colosseo, udivano le belve feroci, bramose di loro, ruggire di sotto; finché sulla notte e la solitudine della loro prigionia, si accendeva tutt’ad un tratto la luce pomeridiana del vasto teatro, traboccante di folla e di queste – le loro spaventose vicine, – che vi balzavano dentro”.

Dickens si salvò dagli affreschi di questa chiesa, ci pensò la sua immaginazione lugubre a tormentarlo, ma se pensava di sfuggire totalmente… si avviò senza saperlo, verso qualcosa che per lui era davvero orribile, perché le morti che si consumarono al Colosseo, attese nei sotterranei dei SS. Giovanni e Paolo, gli si piantarono davanti come un film dell’orrore nella chiesa di S. Stefano Rotondo.

La chiesa è di V secolo, fiancheggiata dall’acquedotto di Nerone. Quel che per noi ora è una forma di arte finissima, per Dickens fu un viaggio nell’orrore.

“…l’umida volta coperta di muffa di una vecchia chiesa dei sobborghi di Roma, rimarrà sempre per me dominante, per via degli spaventosi affreschi di cui sono coperte le pareti. Questi rappresentano i martirii dei santi e dei primi cristiani; e un tale panorama di orrore e di carneficina nessun essere umano potrebbe immaginarlo, nel sonno, anche se avesse mangiato un intero maiale, crudo, per cena. Uomini con la barba grigia vengono bolliti, fritti, arrostiti, punzecchiati, abbrustoliti, mangiati dalle bestie feroci, morsicati da cani, seppelliti vivi, squartati dai cavalli e fatti a pezzi con la scure; alle donne vengono strappate le mammelle con tenaglie di ferro, tagliata la lingua, svitate le orecchie, rotte le mascelle, i loro corpi stirati sul cavalletto o scorticati al palo o tagliuzzati e sciolti sul fuoco: e questi erano i soggetti più delicati”.

Non era solo l’evento narrato e la sua crudezza a sconvolgerlo, qui per mano del Pomarancio vedeva tutto e peggio, li vedeva in una chiesa. Lui era anglicano, nelle chiese anglicane non troveremo mai cose del genere. Ma qui sì, perché questo specifico tipo di pittura si chiamava Biblia Pauperum, la Bibbia dei poveri, ossia degli illetterati. E come inviare ai fedeli analfabeti le immagini della loro religione? Con la pittura… gli occhi non solo leggono, osservano.

La chiesa è costruita su un antico mitreo e sui Castra Peregrina, la caserma dei soldati di provincia. Qui furono sepolti di martiri della Nomentana, Primo e Feliciano nel 303 d.C. Ma questa chiesa è interessante per noi anglofili, anche per la tomba di un re irlandese, morto nel 1064 durante un pellegrinaggio. Donnchad Mac Briain, figlio di Brian Borùma re di Munster (la regione più meridionale d’Irlanda) e romanzato in una serie di opere fantasy della scrittrice americana (di origine irlandese) Morgan Llywelyn e pubblicata da Tea.

1

Il primo Spirito del Natale ci ha condotti qui:

“Spirito” disse Scrooge con voce spezzata, “portami via di qui”

“Ti ho detto che queste erano le ombre delle cose che sono state” disse lo Spettro. “Se sono quelle che sono, la colpa non è mia!”

“Portami via!” esclamò Scrooge, “non posso sopportarlo!”

Si volse verso lo Spettro e vedendo che questi lo guardava con un viso nel quale, stranamente, c’erano frammenti di tutti i visi che gli erano stati mostrati, cominciò a lottare con lui.

Dobbiamo andare, c’è pure una sposa in arrivo… e c’è lo Spirito del Natale Presente che ci aspetta…

2

Lasciamo S. Stefano e ci avviamo verso un luogo che Dickens non descrive e non sappiamo se lo vide… lui proseguì verso le catacombe, mentre noi facciamo un salto nel presente… in fondo stiamo seguendo i tre spiriti del suo Natale, il passato, il presente e il futuro…

Entriamo in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, ci dimentichiamo per un attimo di essere nel centro di una città caotica. Il monastero sembra una fortezza ed è la tomba di quattro soldati martirizzati per averi rifiutato di venerare Esculapio. I fratelli (si dice) Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino uccisi a bastonate, abbandonati alle terme di Traiano, colle Oppio, furono recuperati nella notte da due spericolati che li portarono qui, ove sorgeva una casa in disuso e sui cui fu costruita la chiesa nel VII secolo. Vi ricordate che Oscar Wilde chiamò Keats: fair as Sebastian? Vi ho detto che Dickens deviò verso le catacombe, quelle di S. Sebastiano. Ebbene, i due spericolati erano papa Melchiade e il comandante della legione dei Sagittari, Sebastiano. E qui, nella chiesa dei SS. Quattro Coronati, è custodita la sua testa… non sembra anche a voi che questo Sebastiano ci stia chiamando? Andremo da lui un giorno, anche lui deve raccontarci di sé attraverso dei libri… e noi che siamo qui proprio per questo, seguendo il libro Impressioni italiane di Dickens, non possiamo lasciarci scappare l’occasione offerta da questo posto suggestivo e misterioso. Misterioso. Nel 1995 fu scoperta una stanza totalmente affrescata, dai colori vividi, come fosse stata appena dipinta. È la cosiddetta Aula Gotica.

Costantino D’Orazio, bravissimo storico dell’arte, appassionante con le sue biografie su Michelangelo e Caravaggio, ha fatto un salto qui… ci ha dormito, ci ha vissuto, a stretto contatto con le suore di clausura e dalla sua esperienza ha tirato fuori il romanzo Ma liberaci dal male, in cui racconta la scoperta di questa stanza dipinta…

Ma in questo posto si respira aria libraria e artistica anche in un’altra forma. Suor Mariarosa Guerrini, senese, che non vive qui, ha un grande dono… insegna i precetti del Cristianesimo tramite il dono dell’arte, quei precetti che anche Dickens ci ha insegnato nel suo racconto più famoso: l’amore e la carità verso tutti, perché tutti siamo uomini di questa terra, tutti respiriamo, tutti pensiamo…

Lo Spirito si fermò accanto al letto degli ammalati e questi si sentirono sollevati; si fermò in paesi stranieri e tutti si sentirono a casa loro; vicino a uomini che lottavano, ai quali una speranza accresciuta restituì la pazienza; vicino al povero, e questi divenne ricco. Negli asili di mendicità, negli ospedali, nelle prigioni, in tutti i rifugi della miseria, dove la vanità dell’uomo con la sua poca autorità non aveva sbarrato la porta e chiuso fuori lo Spirito, questi lasciò la sua benedizione e impartì a Scrooge i suoi precetti”.

È lo Spirito del presente. Quello più caritatevole di tutti. Quello che ha toccato il cuore di Scrooge e che sembra toccare noi, coi disegni di Suor Mariarosa, con gli insegnamenti di S. Agostino e con le parole di Madre Alessandra:

Il cuore è tutto di me.

È la stanza segreta

Che custodisce la mia identità

Dove sono veramente me stesso

E dove si svolge la mia vera storia.

3

È tempo di seguire lo Spirito del Natale Futuro e ritornare dove tutto è cominciato, come fece Dickens. È inevitabile, non possiamo farne a meno.

Per amor di contrasto, noi facemmo un giro tra le rovine dell’antica Roma, dopo tutti quei fuochi e quegli spari, per dare il nostro addio al Colosseo. Lo avevo già visto al chiaro di luna (non ero mai riuscito a far passare un giorno senza tornarvi), ma la sua impressionante solitudine quella notte è al di là di ogni racconto. Le spettrali colonne del Foro; gli Archi di trionfo degli Antichi Imperatori; quegli enormi ammassi di rovine che furono una volta i loro palazzi; i cumuli di terra coperti d’erba che segnano le tombe dei templi caduti in rovina; le pietre della Via Sacra, consunte dal calpestio dei piedi dell’Antica Roma; anche queste erano oscurate, nella loro trascendente melanconia, dallo scuro spettro, eretto e minaccioso, delle sue feste sanguinarie; ossessionante l’antico scenario; spogliato da Papi predatori e principi guerrieri, ma non domo; torcendo selvatiche mani di arbusti, di erba e di rovi; e lamentandosi con la notte da ogni breccia e da ogni arco crollato: l’ombra del suo pauroso io, irremovibile!”

Da inglese partì col fastidio del nostro paese, ma poi, ci ripensò, come Scrooge ci ripensò, e noi che siamo italiani, ci ritroviamo nelle sue parole:

Non serbiamo dell’Italia un ricordo men che meno rispettoso, perché con ogni frammento dei suoi templi caduti, con ogni pietra dei suoi palazzi deserti e delle sue prigioni, ci aiuta ad imprimerci in mente la lezione che la ruota del Tempo gira per uno scopo e che il mondo è, nei suoi caratteri essenziali, migliore, più gentile, più tollerante e più pieno di speranza a mano a mano che gira”.

La passeggiata è finita, l’augurio è quello che Dickens ha velato nelle sue parole: ci aspetta un futuro che se non possiamo cambiare radicalmente, almeno dobbiamo provarci. Lo Spirito del Futuro ci saluta così:

“Anche se la mano è pesante e ricade quando vien sollevata, anche se il cuore e il polso sono immobili, ciò che conta è che la mano sia stata aperta, generosa e sincera, il cuore coraggioso, caldo e tenero, il polso, il polso di un uomo. Colpisci, Ombra, colpisci! E vedrai e le sue buone azioni sprizza fuori dalle ferite per seminare nel mondo la vita immortale”.

Ci vedremo in primavera e ricordiamoci di essere sempre come Dickens ci vuole:

ora mi resta solo, a mò di passaporto, di tratteggiare il ritratto del mio lettore, che io spero, possa ipoteticamente, essere così tracciato per ambo i sessi:

 colorito… chiaro

occhi… molto allegri

naso… non arrogante

bocca… sorridente

volto… raggiante

aspetto generale… Simpaticissimo

 

Alessandranna D’Auria

Annunci
Passeggiata letteraria “Sui passi di Charles Dickens”

Un pensiero su “Passeggiata letteraria “Sui passi di Charles Dickens”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...