8 marzo

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Quel sole così luminoso era bellissimo. Dopo i lunghi giorni invernali grigi e freddi appariva ancora più appagante e scanzonato.
Non per Pietro.
Lui sentiva il malessere dentro.
Un misto di tristezza e nostalgia che appesantiva ogni suo pensiero, rallentando ogni azione, mutilando ogni parola.
Aveva finito di lavorare presto.
Dopo quella telefonata non aveva avuto più la forza di proseguire e aveva disdetto tutti gli appuntamenti.
Bambini tutti bellissimi ma con lo sguardo e la mente sporcati dagli egoismi, dai vizi e dalle violenze degli adulti, spesso, peggio ancora, dei genitori.
Erano tanti, purtroppo, e lui li seguiva, li ascoltava, li sollecitava cercando di accompagnarli in un percorso di ricostruzione di un sentimento di sé e dell’altro che portasse speranza e perdono.
Tubio non era riuscito a concludere il cammino. In quella mattina in cui lo sguardo sporco del padre si era posato su di lui con violenza subdola, fatta di sfiori e di sussurri, aveva deciso di uscire da quel gioco perverso che non riusciva a smettere di subire.
Cartella in mano, si era sbattuto la porta alle spalle.
Nelle orecchie ancora l’eco della voce, roca e impastata di alcol, fumo e sesso, di quell’uomo che lo salutava chiedendogli di tornare presto.
Un attimo di esitazione guardando il pianerottolo, poi correndo e singhiozzando era salito fino all’ultimo piano e, nel tempo di un respiro, aveva preferito la libertà e si era tuffato fra le braccia gelide della morte.
Pietro sapeva la tragedia; l’aveva conosciuta personalmente, l’aveva vissuta da giovane.
Ne era uscito, con fatica, con sofferenza.
Aiutato da persone forti e tenere che avevano ridonato la gioia di vivere.
Non aveva dimenticato.
Cercava con il suo lavoro di aiutare i tanti che, come Tubio, avevano un trascorso simile al suo.
Qualche volta sentiva di aver fallito, peggio ancora di essere un fallito.
La telefonata sul gesto disperato del bambino lo aveva annientato.
Annichilito e ammutolito era tornato a casa. Il tempo di disdire gli ultimi appuntamenti e si era gettato stravolto sul letto, lasciandosi sopraffare dal sonno.
In quelle ore di ristoro si era affacciato alla sua mente Tubio, la sua corsa su per le scale e infine il volo giù dall’ultimo piano.
A quel punto si era svegliato. Madido di sudore e terrorizzato, pur consapevole che la tragedia vissuta nell’incubo avesse un epilogo molto più tragico e definitivo di quello della realtà.
Fece velocemente una doccia e, dopo un caldo e amaro caffè, si era vestito in fretta, desiderando andare all’ospedale a incontrare Tubio.
Il bambino, scappando di casa, era inciampato e si era fatto molto male, a tal punto da venire ricoverato con una gamba rotta, un occhio livido, qualche punto sulla testa.
Forse non erano tutti frutti della caduta.
L’incontro fra i due fu dolcissimo.
Il piccolo, sentendo dei passi alla porta della stanza, aveva girato il capo e aveva incontrato lo sguardo di Pietro. Un abbraccio fatto di comprensione, tenerezza e dolcezza.
Un sorriso e nessuna parola.
Per entrambi importante la presenza dell’altro.
Pietro si sedette vicino al letto e stette lì silenzioso, prendendolo per mano e attendendo che si addormentasse.
A quel punto si lasciò andare anche lui, riuscendo finalmente a riposare.

Quando Pietro lasciò l’ospedale era più tranquillo, quel tempo trascorso insieme a Tubio gli aveva dato la consapevolezza che il bambino era pronto e determinato a uscire dalla spirale di una famiglia a pezzi senza sentirsi in colpa per il dramma che si stava lasciando alle spalle.
I giorni futuri non sarebbero stati tutti un mare calma piatta, ma l’importante era che si affrontasse la tempesta insieme e con strumenti di bordo preparati per tale eventualità.
Con passi decisi si avviò verso il suo studio.
Molti appuntamenti facevano capolino dall’agenda.
Ogni nome, un volto, una storia, una difficoltà per la quale si chiedeva una mano nel viverla.
Pietro era contento del suo lavoro, della sua missione umana e professionale.
Un po’ meno della sua vita privata.
Malgrado fosse quasi sulla soglia dei quarant’anni non era ancora riuscito a trovare la persona giusta, quella che ti mette di fronte alla certezza dell’amore per sempre.
Vi erano state alcune storie importanti, con la parvenza e i presupposti del lungo periodo, poi in un soffio, per motivi effimeri, erano sfumate senza lasciare traccia, senza colpo ferire.
Francesca, seduta in portineria, appena lo vide varcare la soglia gli sorrise gentile.
“Buongiorno dottore. Tutto bene? Vuole un caffè?”
Il piccolo condominio, dove aveva lo studio, da qualche mese usufruiva dei servizi di una signora che ne controllava gli ingressi.
Non doveva occuparsi di pulizie delle scale o attività analoghe, doveva solo custodire l’edificio da intrusioni non gradite.
L’assemblea dei condomini, composta da persone attente e determinate, aveva posto molti parametri a questa ricerca mirata ad assumere una persona che fosse fidata, intelligente, garbata, sveglia, colta e, per ultimo, di bell’aspetto.
Pietro, quando si era conclusa la riunione, era uscito certo che difficilmente avrebbero trovato qualcuna con tutte quelle qualità.
Si era sbagliato. Qualche settimana dopo, l’amministratore aveva sottoposto la candidatura della signora Francesca. Nessuno aveva sollevato obiezioni e tutti avevano ringraziato per l’esito della ricerca.
Si trattava di una giovane vedova, originaria di un paese di montagna, in città per studiare presso la facoltà di Lettere, con la necessità di mantenersi agli studi.
Era graziosa ed educata, sempre sorridente.
Una di quelle persone che può riuscire a mandarti via senza offenderti, facendoti sentire perfino rispettato. Un garbo deciso e delicato malgrado la determinazione.
Pietro era rimasto da subito colpito da lei.
Era come se la sofferenza del lutto per la perdita del marito non avesse lasciato traccia.
Era sempre così serena e tranquilla.
Era pura armonia, in simbiosi con chiunque la avvicinasse.
Era una presenza leggera, si muoveva con la delicatezza di una ballerina di danza classica.
Sono d’accordo con te, Pietro ne sembrerebbe innamorato.
Diciamolo: era cotto perso, ma lui ancora non l’aveva capito.
Lui, il professionista della mente umana, si stava perdendo fra strane sensazioni di confusione ogni volta che incrociava il verde profondo degli occhi della portinaia.
Pietro arrossiva e quando capitava si sentiva così a disagio, così stupido.
Pietro arrossiva sempre quando si soffermava con Francesca, che però sembrava cogliere solo che davanti a lei ci fosse un uomo alto, con un bel torace e apprezzabili muscoli spalle-braccia, capelli castano chiari, leggera barbetta e occhiali di tartaruga marroni, abbigliamento sportivo ma curato: un uomo interessante…

Camminavano mano nella mano avanzando nel buio della sera verso l’auto, lasciandosi alle spalle il ristorante che li aveva ospitati per cena, ai piedi della collina.
La giornata, iniziata con la sveglia per entrambi alle sei del mattino, era stata molto impegnativa e la decisione di uscire a cena era partita da Pietro, che aveva invitato Francesca con un SMS frettoloso e impersonale.
Quanti dubbi dietro quel messaggino.
Voleva una serata tutta per loro, un momento bello e romantico, e aveva scelto con cura il posto cercando fra le tante recensioni della rete.
Lei aveva risposto senza esitazioni accettando l’invito.
Tutto era stato perfetto dalla tavola, con candela e fiori al centro, al cameriere cordiale ma riservato che aveva consigliato con professionalità appassionata cosa scegliere dal menù.
Tutto aveva contribuito a rendere magica e romantica la serata.
Quanto è importante, malgrado le difficoltà, le fatiche, le stanchezze: lasciare fluire un po’ di poesia, del tempo innaffiato di dolcezza, e incorniciarsi per qualche ora dentro uno spazio esclusivo e di coppia.
Pietro aveva colpito nel segno e, passando da un improvviso, tecnologico SMS, aveva riempito l’oggi, caricandolo di forza e passione, per rilanciarlo con decisione verso il domani.
La crema allo zabaione con cui avevano concluso la cena era la sintesi della loro storia. Per arrivare a tanta bontà ci vogliono ingredienti giusti miscelati con forza e determinazione, cuocendoli nello stesso tempo a bagnomaria, a fuoco lento, con molta attenzione affinché la crema non bruci o non impazzisca.
Pietro e Francesca erano ormai sposi da quasi trent’anni e quanti giorni dalle sfaccettature più diverse avevano vissuto!
Il piccolo Tubio, una volta compreso che volevano amarsi per sempre, era stato da loro adottato, e presto circondato dall’arrivo di due fratellini e una sorellina.
Un inizio facile e al suono di un impetuoso walzer di Strauss, per passare nel tempo a qualche lento, poi a girotondi di famiglia, a qualche ballo di gruppo con amici, qualche tentazione di ballare da soli al tempo di ritmi dissonanti.
Le note del walzer riportavano però le loro braccia a cercarsi, si cingevano e ritrovavano quella sintonia dei primi momenti.
Quella sera era stato un continuo sottofondo di musica jazz dai ritmi non aggressivi, piacevolmente calmi ma anche coinvolgenti.
Musica diversa ma di grande bellezza.
Come sarà il domani dei nostri protagonisti?
Hai ragione, come per ogni domani anche per questo non ci è dato di sapere; possiamo pensarlo, immaginarlo e sperare che possa essere sempre un allegro giro di giostra, consapevoli però che dobbiamo metterci la nostra volontà di muoverci insieme, difendendo la coppia come sintesi del rispetto e della ricchezza dell’altro che ci completa, rendendoci così unici e sulla via della perfezione.
Pietro e Francesca erano riusciti a costruire un’unità, dalle loro specificità e differenze, terreno umido e fecondo per far maturare il loro amore e renderlo accogliente per viverlo con dei figli.
Auguro a tutte le donne di avere il coraggio e la forza di superare le difficoltà come Francesca e la fortuna di trovare persone speciali, attente e generose come Pietro.

Buona Festa della Donna. Buon 8 marzo,
Amalia Santiangeli

*Personaggi, luoghi e storia sono tutti frutto di fantasia.

 

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8 marzo

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