Sulla noia e sul mestiere di scrivere

cantera-il-gallo

Seguo due semplicissime regole:
a) non sono obbligato a scrivere
b) non posso fare niente altro.
Il resto viene da sé.

Raymond Chandler

Qualcuno mi chiede, di tanto in tanto, com’è scrivere un romanzo. Qual è il segreto.

La domanda mi spiazza ogni volta, e i miei neuroni si affannano a cercare una risposta coerente e intelligibile, che il più delle volte fallisco miseramente. Provo così a scriverla, nella speranza di poterla chiarire meglio (e anche per poter comodamente indicare il link all’articolo la prossima volta che mi dovesse essere chiesto).

Molti valenti scrittori, molto più abili e capaci di me, hanno dato saggi consigli sulla scrittura, o le loro note biografiche sono state setacciate alla ricerca dei loro riti quotidiani. Come scrivere, quale momento della giornata preferire, quale supporto: matita o penna stilografica, macchina da scrivere o portatile, un quaderno ad anelli o fogli sparsi. Perfino quale vestiario indossare. Gli scrittori sono superstiziosi, si sa, perciò una volta trovato un metodo che funziona, esso viene eretto a sistema e seguito alla lettera senza variazioni (a proposito, lo sapevate che Virginia Woolf scriveva stando in piedi?).

La cosa interessante però, non sono tanto i consigli sulle loro abitudini e manie, che siano essi elargiti generosamente o spiati con ingordigia, ma il loro comune denominatore: nessuno è uguale all’altro.

Ognuno è diverso, ed è proprio lì che a mio avviso risiede la loro importanza.

Ciò che io ne ho dedotto è: “trova il tuo, trova ciò che funziona, e usalo”.

Col tempo, sul campo, ho imparato a mie spese che non esiste una formula magica che valga sempre e per tutti. Ognuno trova la propria strada.

Io, da parte mia, credo che l’ingrediente fondamentale per la creazione, il primo, quello che precede e informa di sé tutti gli altri, sia la noia.

Se non mi annoiassi non avrei lo spazio emotivo e intellettuale per creare qualcosa.

La mia non è nemmeno una idea tanto originale. Già Auden scriveva nella sua poesia “Il romanziere”: il poeta può “scatenarsi come un ussaro”, mentre il romanziere deve “fare sua tutta la noia”.

Credo che la noia sia un sentimento sottovalutato.

Nel nostro quotidiano ci sembra normale avere la giornata piena di impegni, passare freneticamente da uno stimolo a un altro, necessitare di quell’adrenalina che ci danno le nostre infinite scadenze, essere multitasking facendo cose diverse contemporaneamente.

Ci affanniamo dietro qualsiasi cosa, che sia esso un appuntamento improrogabile, il traffico in città, gli impegni familiari o le notifiche delle applicazioni social.

Eppure, l’abitudine al vuoto è un ingrediente per me importante per permettere al mio vero Sé, quello interiore, di emergere.

Perciò, il mio segreto per scrivere è questo: la noia. E con noia intendo: nessuna distrazione.

Una volta scelto il tempo da dedicare alla scrittura, sia esso un quarto d’ora, un’ora, due ore al giorno o un intero fine settima, faccio in modo che quello sia un tempo di qualità.

Un tempo pulito.

Checché se ne pensi, la noia non si ottiene facilmente.

Non in una società in cui dopo l’orario di lavoro c’è il corso d’inglese nei giorni pari e nuoto in quelli dispari, le pulizie di casa il sabato e la mostra la domenica, dove non è mai data alcuna possibilità di contemplare la vita, invece di viverla ignari di starla vivendo.

Nella citazione che ho riportato all’inizio di questo articolo, Chandler mi fa capire a chiare lettere che la sa lunga sul mestiere di scrivere.

Quando si ha qualcosa da dire e si decide di comunicarla sotto forma di romanzo allora è necessario, banalmente, che si scriva sempre, tutti i giorni (“trenta minuti ogni giorno, ogni dannato giorno”, diceva Terry Pratchett o “due righe sole, almeno” come incitava Buzzati).

Come? Ce lo ha già detto Chandler.

Quando si è lì, in quel tempo e in quel luogo dedicati alla scrittura, non si deve fare niente. Bisogna annoiarsi.

Perciò niente notifiche, telefonate, attività collaterali, hobby o incontri con amici e parenti, cosicché possa emergere la voce interiore, la nostra vera voce.

Certo, scrivere un romanzo prevede anche tante altre cose: dedizione, disciplina, tecnica, costanza, determinazione, fiducia in sé stessi ma soprattutto tenacia.

Eppure il mio romanzo non esisterebbe senza la noia.

Non vorrei essere fraintesa: siamo tutti grati per il benessere e le straordinarie innovazioni tecnologiche che ci semplificano e migliorano la vita, solo che ci sono usi e usi. Laddove una lavatrice ci regala tempo che dovremmo spendere altrimenti a lavare fisicamente i panni a mano, il web ce ne sottrae (credo sia possibile fare a meno di conoscere le frequenze delle vocalizzazioni dei gibboni).

Incredibile cosa accade quando disattivo le notifiche allo smartphone, non rispondo al telefono, non controllo le mail e mi nego ad amici e familiari.

Mi verrebbe da rispondere a quelli che mi danno per dispersa la citazione di Joseph Conrad: “come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Ma la cosa più incredibile è che proprio quella noia, quell’assenza di distrazioni, mi porta un sacco di entusiasmo. Fa piazza pulita di ciò che non serve, di ciò che distrae senza condurre assolutamente a nulla.

Giorno dopo giorno, un passo alla volta e una parola dietro l’altra, c’è da combattere contro i demoni interiori e contemporaneamente contro le scadenze e gli impegni che si accumulano e diventano incalzanti proprio in prossimità del momento in cui devo scrivere.

Non importa.

C’è bisogno che io continui ad annoiarmi, a creare quello spazio di vuoto, fosse anche composto di soli quindici minuti, e a difenderlo.

Continuare a scrivere, ad annoiarmi e a scrivere, e così via fino alla fine.

E questo, credo, valga per tutto.

Buona noia.

Rosanna Spinazzola

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