Charlotte Brontë, Ashworth e un piccolo disegno

ashworthOggi facciamo sbocciare un altro fiore… ed è ancora dedicato alla nostra Charlotte Brontë. Siamo al terzo incompiuto dei manoscritti ritrovati in giro per il mondo. Ma dobbiamo precisarlo, non sappiamo se si tratti davvero di un incompiuto, preferiamo quindi definirlo “incompleto”, perché le parole della nostra amica sono state divise e sparpagliate, così da avere un primo blocco intero di quattro capitoli completi e poi due frammenti, commoventi e che ci rendono speranzosi: forse sì o forse no, qualcuno un giorno troverà i tasselli mancanti e allora, osiamo sperarlo, Ashworth non sarà più un incompleto ma un romanzo intero e con tutta la passione che contraddistingue quel che possiamo leggere in anteprima. Sì, perché quasi l’avesse fatto di proposito, Charlotte ci mette in condizioni di pensare a capolavori in embrione. Chi ha già potuto leggere La storia di Willie Ellin ed Emma, avrà notato che la stesura si interrompe proprio quando viene gettato il seme della trama.

Il testo di Willie Ellin si interrompe quando arriva una misteriosa ragazza pronta ad aiutare lo sfortunato bambino. In Emma restiamo in sospeso perché quello stesso bambino, Willie, ora adulto, è pronto a scoprire il mistero di Matilda che si chiama Emma. E ora, con Ashworth, dopo lunghe presentazioni, dopo i retroscena della famiglia Ashworth, leggiamo tra le righe il rapporto che dovrà instaurarsi fra ben quattro personaggi. Mary Ashworth, ricca e sensibile ereditiera, Amelia De Capell, ricca e frivola ereditiera, Marian Fairburn, ricca e timida ereditiera, e Arthur Ripley West, potenzialmente ricco e scapestrato con gli occhi per scherzo su Marian, con gli occhi per interesse su Amelia, con gli occhi fulminati da amore, ammirazione o stupore per Mary.

E allora, quando leggerete i due frammenti alla fine del libro, farete le vostre supposizioni, disegnerete la trama senza averla letta, immaginerete, con la stessa forza di Charlotte, un amore difficile, come tutti quelli che intesseva colmi di dolore, afflizione, prove da superare. Non è amore senza dolore… tutto si paga nella vita!

16237668_1590245754324785_1246339084_nMa questo manoscritto è singolarmente prezioso per un altro elemento. A margine di uno dei fogli vi è un disegnino fatto da Charlotte. Si tratta di uno schizzo veloce di mezzo viso, solo gli occhi di un volto probabilmente femminile. Questo ci ricorda che da ragazzina aveva sognato anche una carriera da artista come il fratello Branwell. Aspirazioni adolescenziali, sogni irrealizzabili, talento lasciato libero e senza guida… Charlotte amava dipingere ad acquerello e amava dare un volto su carta ai suoi eroi di Angria, il lunghissimo ciclo narrativo che ha dato vita a molte altre storie ormai perdute. Il ritratto del suo adorato Zamorna, i ritratti delle sue donne erano visioni che seppe trasferire sul foglio, con quel piccolo set di acquerelli che ancora possiamo vedere conservato nel Parsonage di Haworth.

Ve lo dice chi ama il disegno sopra ogni cosa: essere capaci di disegnare un pensiero è un grande dono. È un dono che tiene compagnia, è sapere che in ogni istante del giorno si può prendere quel foglio, guardarlo e dire: ecco… lui, lei, loro sono la mia vita.

Ecco, dunque, che il disegnino di Ashworth è un piccolo dono a se stessa e a noi. Non è certo bellissimo, ma il suo valore è nel significato: Charlotte ci dice qualcosa in più di lei, che l’arte le scorreva nelle vene, che avrebbe potuto essere una famosa artista, che quel desiderio fu oscurato dalla carriera pensata per il fratello e mai decollata e ancora dell’inutile sacrificio; lei che disegnava, sognava, scriveva, oggi, con un semplice disegnino, ci invita inconsapevolmente, involontariamente a fare lo stesso… ad aspirare sempre a qualcosa. Così completiamo il suo pensiero non scritto o scritto e perduto: è un gioco che continua col quarto e ultimo degli incompiuti, in arrivo prima di quanto crediate. E facciamoli sbocciare con onore questi fiori della brughiera che parlano ancora una volta, anche in italiano…

Alessandranna D’Auria

Charlotte Brontë, La storia di Willie Ellin, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 1, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Emma, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 2, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Ashworth, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 3, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Ashworth e un piccolo disegno

I libri di gennaio, tra fantasy e letteratura inglese

Cari lettori, apriamo il 2017 con un mese ricco di novità librarie: un mese tutto al femminile che ci porta a viaggiare indietro nel tempo attraverso il fantasy, la narrativa inglese e la saggistica, per mano di tre autrici che conoscete già molto bene.

Saint Peter statue, Vatican city, Rome
Il primo libro che voglio presentarvi è il nuovo romanzo di Giusy Amoruso, una scrittrice piena di talento che sta facendo un percorso bellissimo in flower-ed, cominciato con la pubblicazione di Angeli dannati nel 2014 e giunto fino all’insegnamento di Scrittura creativa nella nostra Scuola di Editoria Digitale. Ci offre ora il suo nuovo lavoro dal titolo pieno di rimandi e suggestioniNon avrai altro Dio allinfuori di me.
Disponibile in ebook e cartaceo dal 16 gennaio.

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La seconda novità riguarda la collana Five Yards, che ospita testi classici della letteratura inglese e americana in traduzione italiana. Alla fine del 2016 sono usciti i primi due volumi, La storia di Willie Ellin ed EmmaAshworth è un romanzo incompiuto di Charlotte Brontë, tradotto ora per la prima volta in italiano da Alessandranna D’Auria, che ha curato anche l’apparato critico dell’opera. Per la copertina abbiamo scelto un motivo floreale con i colori delle tradizionali ceramiche inglesi. Non è incantevole?
Disponibile in ebook e cartaceo dal 23 gennaio.

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La terza pubblicazione di gennaio apre le celebrazioni per il Bicentenario di Jane Austen. Mara Barbuni, autrice del saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, ci porta questa volta alla scoperta dei significati del mondo domestico espressi dalla biografia e dalla narrativa di Jane Austen, osservando le sue “case” non solo in qualità di scenografia delle sue storie, ma anche come rappresentanti di un’epoca, da un punto di vista estetico, storico e sociale.
Disponibile in ebook e cartaceo dal 30 gennaio.

Grazie per avermi letto fin qui. Vi aspetto tra le pagine dei nostri libri,

Michela Alessandroni

I libri di gennaio, tra fantasy e letteratura inglese

Sulla noia e sul mestiere di scrivere

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Seguo due semplicissime regole:
a) non sono obbligato a scrivere
b) non posso fare niente altro.
Il resto viene da sé.

Raymond Chandler

Qualcuno mi chiede, di tanto in tanto, com’è scrivere un romanzo. Qual è il segreto.

La domanda mi spiazza ogni volta, e i miei neuroni si affannano a cercare una risposta coerente e intelligibile, che il più delle volte fallisco miseramente. Provo così a scriverla, nella speranza di poterla chiarire meglio (e anche per poter comodamente indicare il link all’articolo la prossima volta che mi dovesse essere chiesto).

Molti valenti scrittori, molto più abili e capaci di me, hanno dato saggi consigli sulla scrittura, o le loro note biografiche sono state setacciate alla ricerca dei loro riti quotidiani. Come scrivere, quale momento della giornata preferire, quale supporto: matita o penna stilografica, macchina da scrivere o portatile, un quaderno ad anelli o fogli sparsi. Perfino quale vestiario indossare. Gli scrittori sono superstiziosi, si sa, perciò una volta trovato un metodo che funziona, esso viene eretto a sistema e seguito alla lettera senza variazioni (a proposito, lo sapevate che Virginia Woolf scriveva stando in piedi?).

La cosa interessante però, non sono tanto i consigli sulle loro abitudini e manie, che siano essi elargiti generosamente o spiati con ingordigia, ma il loro comune denominatore: nessuno è uguale all’altro.

Ognuno è diverso, ed è proprio lì che a mio avviso risiede la loro importanza.

Ciò che io ne ho dedotto è: “trova il tuo, trova ciò che funziona, e usalo”.

Col tempo, sul campo, ho imparato a mie spese che non esiste una formula magica che valga sempre e per tutti. Ognuno trova la propria strada.

Io, da parte mia, credo che l’ingrediente fondamentale per la creazione, il primo, quello che precede e informa di sé tutti gli altri, sia la noia.

Se non mi annoiassi non avrei lo spazio emotivo e intellettuale per creare qualcosa.

La mia non è nemmeno una idea tanto originale. Già Auden scriveva nella sua poesia “Il romanziere”: il poeta può “scatenarsi come un ussaro”, mentre il romanziere deve “fare sua tutta la noia”.

Credo che la noia sia un sentimento sottovalutato.

Nel nostro quotidiano ci sembra normale avere la giornata piena di impegni, passare freneticamente da uno stimolo a un altro, necessitare di quell’adrenalina che ci danno le nostre infinite scadenze, essere multitasking facendo cose diverse contemporaneamente.

Ci affanniamo dietro qualsiasi cosa, che sia esso un appuntamento improrogabile, il traffico in città, gli impegni familiari o le notifiche delle applicazioni social.

Eppure, l’abitudine al vuoto è un ingrediente per me importante per permettere al mio vero Sé, quello interiore, di emergere.

Perciò, il mio segreto per scrivere è questo: la noia. E con noia intendo: nessuna distrazione.

Una volta scelto il tempo da dedicare alla scrittura, sia esso un quarto d’ora, un’ora, due ore al giorno o un intero fine settima, faccio in modo che quello sia un tempo di qualità.

Un tempo pulito.

Checché se ne pensi, la noia non si ottiene facilmente.

Non in una società in cui dopo l’orario di lavoro c’è il corso d’inglese nei giorni pari e nuoto in quelli dispari, le pulizie di casa il sabato e la mostra la domenica, dove non è mai data alcuna possibilità di contemplare la vita, invece di viverla ignari di starla vivendo.

Nella citazione che ho riportato all’inizio di questo articolo, Chandler mi fa capire a chiare lettere che la sa lunga sul mestiere di scrivere.

Quando si ha qualcosa da dire e si decide di comunicarla sotto forma di romanzo allora è necessario, banalmente, che si scriva sempre, tutti i giorni (“trenta minuti ogni giorno, ogni dannato giorno”, diceva Terry Pratchett o “due righe sole, almeno” come incitava Buzzati).

Come? Ce lo ha già detto Chandler.

Quando si è lì, in quel tempo e in quel luogo dedicati alla scrittura, non si deve fare niente. Bisogna annoiarsi.

Perciò niente notifiche, telefonate, attività collaterali, hobby o incontri con amici e parenti, cosicché possa emergere la voce interiore, la nostra vera voce.

Certo, scrivere un romanzo prevede anche tante altre cose: dedizione, disciplina, tecnica, costanza, determinazione, fiducia in sé stessi ma soprattutto tenacia.

Eppure il mio romanzo non esisterebbe senza la noia.

Non vorrei essere fraintesa: siamo tutti grati per il benessere e le straordinarie innovazioni tecnologiche che ci semplificano e migliorano la vita, solo che ci sono usi e usi. Laddove una lavatrice ci regala tempo che dovremmo spendere altrimenti a lavare fisicamente i panni a mano, il web ce ne sottrae (credo sia possibile fare a meno di conoscere le frequenze delle vocalizzazioni dei gibboni).

Incredibile cosa accade quando disattivo le notifiche allo smartphone, non rispondo al telefono, non controllo le mail e mi nego ad amici e familiari.

Mi verrebbe da rispondere a quelli che mi danno per dispersa la citazione di Joseph Conrad: “come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Ma la cosa più incredibile è che proprio quella noia, quell’assenza di distrazioni, mi porta un sacco di entusiasmo. Fa piazza pulita di ciò che non serve, di ciò che distrae senza condurre assolutamente a nulla.

Giorno dopo giorno, un passo alla volta e una parola dietro l’altra, c’è da combattere contro i demoni interiori e contemporaneamente contro le scadenze e gli impegni che si accumulano e diventano incalzanti proprio in prossimità del momento in cui devo scrivere.

Non importa.

C’è bisogno che io continui ad annoiarmi, a creare quello spazio di vuoto, fosse anche composto di soli quindici minuti, e a difenderlo.

Continuare a scrivere, ad annoiarmi e a scrivere, e così via fino alla fine.

E questo, credo, valga per tutto.

Buona noia.

Rosanna Spinazzola

Sulla noia e sul mestiere di scrivere