Il pensiero religioso di una poetessa inglese del secolo XIX. Emilia Giovanna Brontë

“Così, in verità, sorgerà l’anima tua quando codesto cuore imprigionato sarà freddo. La prigione tornerà alla terra, il prigioniero potrà confondersi coi cieli.” (Emily Brontë)
 
Il mese scorso ho avuto il piacere di leggere, grazie alla giovane e intraprendente Casa Editrice Flower-ed, la prima biografia italiana sulle sorelle Brontë: Tre anime luminose fra le nebbie nordiche, di Giorgina Sonnino (Qui la mia recensione); opera che ha inaugurato una collana, Windy moors, che ha lo scopo di raccogliere e di portare all’attenzione di noi lettori, lavori dimenticati connessi alla letteratura vittoriana e in modo particolare alle tre sorelle più famose della letteratura.
La seconda e recentissima pubblicazione di tal genere è ancora una volta uno scritto della Sonnino: Il pensiero religioso di una poetessa inglese del secolo XIX. Emilia Giovanna Brontë (come specificato dallo stesso Editore nell’introduzione, si è preferito mantenere i nomi in lingua italiana così come si usava ai tempi della Sonnino). Questo breve saggio, che io definirei un’appendice della biografia sopracitata, fu pubblicato per la prima volta nel 1904 sulla rivista Nuova Antologia, ma mai autonomamente.
In queste poche pagine l’autrice si concentra sulla religiosità eccezionale, unica, di Emily Brontë, prendendo come riferimento le testimonianze lasciateci dalla sorella Charlotte, ma soprattutto le poesie della stessa Emily. Queste ultime rappresentano la fonte di maggiore documentazione per conoscere  Emily Brontë, perché sono la sua reale confessione e perché scrisse in versi più che in prosa lungo l’intero arco della sua breve e appartata vita. Dalle poesie di Emily emerge una religiosità fortemente connessa alle leggi costanti e immutabili della natura. Il suo sentimento religioso, che pure aveva i germi nella cristianità (nasce protestante, figlia di un pastore) non conosceva dogmi, rifuggiva luoghi sacri, non si esprimeva attraverso formule prefisse quali le preghiere, non provava interesse per i culti che invece stimolavano l’intelletto di Charlotte e inibivano Anne. Al contrario, la spiritualità di questa ragazza solitaria, dotata di genio poetico, era libera come il vento che sferza sugli arbusti d’erica della brughiera, dove lei trovava se stessa, dove incontrava lo spirito del divino: negli animali, nelle piante, nella natura tutta. Un sentire Dio, principio della vita, attraverso le cose da Lui create. Ella avvertiva il divino in sé, ed è così che trova spiegazione anche l’atteggiamento che ebbe quando la morte sopraggiunse, quando, fino all’ultimo respiro, resistette stoicamente e rifiutò ogni cura, sotto lo sguardo angosciato delle sorelle, serenamente convinta che i rimedi dell’uomo nulla possono contro la legge della natura, di Dio. La morte non era per lei quella spaventosa separazione o quella macabra idea comune agli uomini, piuttosto era liberazione dalle catene terrene, perché permette allo spirito di ognuno di riunirsi allo spirito universale dal quale proviene, di tornare a una pienezza di Vita. La sua era una religione individuale, indipendente, in stretta connessione con il creato, dove il male era per lei solo uno squilibrio nella perfezione.

La Sonnino aveva una profonda conoscenza della poetessa dello Yorkshire, e i suoi studi, la sua passione, hanno fatto si che tracciasse un quadro più che esaustivo della religiosità di Emily Brontë; un quadro che grazie alla riscoperta di Flower-ed oggi tutti possiamo conoscere. Il testo è scorrevole; lo stile raffinato. Si legge davvero in poco tempo, ma in quel poco meglio si comprende perché Emily Brontë era pienamente se stessa, serena, in pace, solo quando attraversava i suoi moors, scovava nidiate di uccellini o accarezzava con una mano teneri ciuffi d’erica.

Antonella Iuliano
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