“L’imboscato”: la recensione di Agorà magazine

L'imboscato, Pietro De Santis

Leggere il romanzo «L’imboscato” di Pietro De Santis fa venire in mente il pendolo, non per dimostrare la rotazione della terra secondo Foucault, ma per far capire il senso stesso della lettura che, proprio come l’oscillazione del pendolo,  porta in avanti e indietro nel tempo, da una scena all’altra. Una dinamica costante, con tanto di luogo e data, per precisare, dettagliare e approfondire.

L’altro aspetto, legato alla scrittura, è la prosa coinvolgente che in ogni momento, con ogni personaggio, sia la famosa Eva Braun amante di Hitler o l’agente russo Karpin, amplia il quadro, dipingendo una teatralità scenica in cui il lettore s’immerge. Del resto è storia e non semplice cronaca, è indagine, ricerca affidata nel presente, ma siamo pur sempre nel 1999, secolo ricco di storia da raccontare,  a Marco e Livia due ragazzi che s’imbattono in un ottantenne, clente delle visite domiciliare dei badanti della Chiesa, che è però un eroe di guerra del periodo nazista.

 Chi è l’imboscato? E’ proprio Hitler nel suo bunker.  Gli ultimi giorni del dittatore sono stati già raccontati con dovizia, ricordiamo il film «Der Untergang»  del 2004 diretto da Oliver Hirschbiegel, che abbiamo visto nel titolo come «La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler».  Un film che è ispirato da due libri: «La disfatta», scritto da Joachim Fest storico del Terzo Reich ed autore di biografie su Hitler, e «Fino all’ultima ora», diario di Traudl Junge segretaria del Fuhrer.  Lo stesso De Santis nelle note si sente debitore del biografo tedesco Fest.

Nel libro abbiamo lo stesso crescendo wagneriano nello scandire del tempo.

Siamo nel 1944. Tutto ruota attorno a quell’ultimo, incredibile, anno della caduta del nazismo. Siamo alle ultime battute del conflitto, dopo 5 anni,  gli alleati hanno già deciso l’esito finale e progressivamente assediano Hitler nel suo bunker. Tutti i personaggi, spie, amanti bisessuali, militari degradati, medici in rovina, gerarchi oramai ridotti a tappezzeria smunta si muovono ognuno nella sua scena mentre il tempo scorre, scandito dall’ineluttabilità del racconto del veterano di guerra. Tutto ruota attorno alla fine del dittatore. E ‘ davvero morto, come hanno fatto credere i russi, che furono i primi ad arrivare? Sono davvero resti hitleriani o di un malcapitato sosia? Se volete fare una ricerca in rete, troverete anche destinazioni in Patagonia.  Il racconto si fa più spesso, quando la scena è aperta, diventa più discorsivo, tra anziano e ragazzi, quando il tema è controverso. E’ un espediente letterario far entrare i ragazzi nel racconto, talvolta, come se fossero voci fuori campo. 

Il libro di De Santis, che parte da una accurata ricerca storia, offre una sua originale interpretazione collegando i personaggi, quelli storici e quelli inventati, sullo scacchiere della storia, sull’are dei sentimenti, con la ruota della vita che gira attorno al desiderio dei più fedeli servitori del dittatore, le crisi esistenziali di Eva, il patriottismo disfatto, le pedine che si muovono in cerchio convergendo verso l’esito finale. Il libro conserva il crescendo romanzesco, si legge, si arriva alla fine anche con il giusto ritmo che aumenta, come nell’apoteosi finale delle Valchirie, o come sarebbe  nel «Volo della Fenice», che è poi il secret projects che l’anziano tedesco svela ai due ragazzi romani.

L’autore

Pietro De Santis è nato nel 1960 a Roma, città nella quale vive ed esercita, da oltre vent’anni, la professione di avvocato. Scrittore di romanzi storici, ha pubblicato Cinque giorni in aprile, un giallo che si svolge nel Settecento italiano, avente per sfondo importanti avvenimenti dell’epoca e tra i protagonisti Giacomo Casanova. 

Roberto De Giorgi

Fonte: Agorà magazine

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