La prugna di Beba

blackthorn-1621554_960_720Beba camminava lentamente e scuoteva la testa pensando che mai avrebbe immaginato di dover dare una prugna secca alla vecchia Mewa.
Una prugna secca, la prugna che aveva raccolto in quella calda mattina d’estate insieme alle anziane del villaggio.
Che rito la raccolta delle prugne!
Ogni mese era dedicato alla raccolta di un frutto e, a seconda del grado di fortuna, ci si ritrovava nel campo di profumati limoni, in quello di grassottelli mirtilli o, meglio ancora, in quello delle dolci e succose pesche.
Tutti, prima o poi, durante l’anno partecipavano a una raccolta. A Beba era toccata quella della prugne, anzi della prugna.
Tutta una mattina trascorsa a immergersi nel frutteto, seguendo passo passo le vecchie sagge.
Uno sguardo, un’indicazione, una parola.
Qualche assaggio.
Che gusto la frutta appena raccolta! Colma ancora di quel calore che narra la vita, di quel sapore vibrante che comunica la dolcezza della natura benigna e feconda.
Beba e la sua prugna. Studiata, osservata e alla fine scelta e, con delicata e attenta presa, colta.
Beba e la sua prugna, con decisione conservata, non sacrificata all’effimero egoistico piacere del tutto e subito.
La prugna era un insegnamento, era un dono, era una certezza e, come tale, valeva il sacrificio del piacere odierno per essere custodita nel tempo.
Camminando e scuotendo la testa, a tutto questo Beba ripensava. Incredula e dispiaciuta di doversi separare da quella che era diventata la sua prugna secca.
Quando giunse davanti alla vecchia Mewa si sentiva il cuore colmo di tristezza e soprattutto una solitudine da incomprensione.
Nessuno fino a quel momento aveva conservato uno dei frutti raccolti. I più li mangiavano subito, lasciando i semi scartati nel prato stesso del frutteto. Gli altri li portavano in dono a una persona stimata, amata o bisognosa.
Quando la notizia della prugna secca di Beba era diventata di dominio pubblico, per un allegro, ciarliero e ironico tam tam fra amici, aveva creato stupore e curiosità.
Non solo, aveva stimolato il pensiero creativo delle vecchie sagge che, senza mezzi termini e possibilità di dibattito, aveva decretato che Beba dovesse portare e consegnare la prugna secca a Mewa.
Le due donne si incontrarono nel luogo sacro, quello che accoglieva le nascite invitando il filo d’oro dell’infinito a cucirsi nel cuore del nuovo venuto per rendere la sua anima sempre carica di luce.
Il luogo degli incontri per sempre, delle partenze verso i cammini senza ritorno, quelli delle strade che non si conosceranno mai completamente se non nel momento del passo in avanti.
Era il luogo degli sguardi nel buio e dei sussurri urlati da voci senza suoni.
Il posto dove il mistero del sacro che ci accompagna abbraccia l’attimo per renderlo all’eternità.
Non aveva nome. Non serviva. Tutti lo conoscevano e sapevano quando andarvi.
Beba aveva percorso tutta la strada arrovellandosi su pensieri scuri, di dispiacere per l’incomprensione, di tristezza per il destino atteso, di risentimento verso la superficialità dell’uomo.
Lentamente era arrivata al cospetto di Mewa.
Solo loro due, nessun altro se non la compagnia del respiro e della speranza di chi era presente malgrado i limiti di spazio e tempo.
Testa bassa, mano in tasca chiusa sul cartoccino che avviluppava il frutto così carico di significato.
In quel palmo chiuso, in quel pugno contrito la sintesi delle insicurezze che ci zavorrano e che il più delle volte non si comprendono.
Mewa non disse una parola. Solo sguardi che finivano nel profondo di Beba, e la scuotevano dal suo torpore fanciullino.
In un leggero alito di vento, la purezza degli insegnamenti spazzò via i detriti accumulati da tanti piccoli e grandi inciampi. Ogni ferita fu sanata e Beba sentì che la prugna riacquistava rotondità e sostanza.
Non si colgono i frutti se non per saziare, per dare nutrimento.
Questo il mantra che nelle orecchie di Beba risuonava in un’eco silenziosa.
Inginocchiandosi con il capo chino, la prugna fu portata fuori dalla tasca e il palmo aperto la porse alla vecchia.
Quel cartoccino che avviluppava il frutto fu da lei preso e scartato.
Era vuoto. Non conteneva alcuna prugna.
Possiamo contrastare il cammino, il compito che ci è stato affidato, ma non saremo mai più forti del suo significato.
Le nostre paure, le nostre ambizioni spesso capita ci stringano intorno a un dono dal quale non si riesca poi a separarsi, neanche per nutrirsi.
Il frutto però ci sazia lo stesso, ci fa crescere.
Beba comprendendo pianse a lungo, mischiando lacrime di pentimento a stille di gioia commossa.
Un abbraccio di amore sigillò quel rito di passaggio. Era la fine di un ciclo di maturazione di quel frutto che si chiama essere umano.

Amalia Santiangeli

La prugna di Beba

L’ultimo tuono della brughiera

ritratto-duyckinick-1873-based-on-a-drawing-by-george-richmondCi siamo. Abbiamo portato a termine il nostro progetto dedicato al Bicentenario di Charlotte Brontë. A duecento anni dalla sua nascita, siamo felici di aver dato anche una voce italiana a chi in fondo portava un cognome italiano. E, per dirla tutta, un italiano… greco. Riecheggia nelle nostre menti proprio come un tuono, il sentimento controverso che spinse la nostra amica a scrivere I Moore. È chiaro ormai che lei non amava scrivere a comando, perché all’ispirazione non si comanda, come al cuore e, visto che I Moore doveva essere un allungamento forzato de Il professore e un suo miglioramento, quasi costretta dall’ambiguo giudizio dei suoi editori, Charlotte ci provò. Contro voglia. Contro voglia seguì il consiglio di William Smith Williams che prometteva una rivalutazione del testo se avesse raggiunto la lunghezza di tre volumi e un pathos maggiore.

Il risultato è che ci troviamo con un’altra storia! Interrotta anche questa come accade anche negli altri tre romanzi incompiuti e nel punto in cui si accende la fiammella della trama.

i-mooreVogliamo e possiamo immaginare, avendone tutti gli strumenti, che William e Alicia formeranno una coppia dopo aver superato le prove della vita: sofferenza, sacrificio, stenti economici, sogni infranti, per scoprire loro stessi e abbattere il muro di facciata imposto da una società spietata, in cui al ricco è tutto dovuto, al povero tutto da dare.

Così Alicia capirà l’illusione della felicità materiale, per scoprire che soffrendo si viene ripagati da un sentimento genuino.

Ancora una volta bandiera di Charlotte è il sacrificio: nulla si deve ottenere se prima non si soffre. Così, ciò che era nato come un aggiustamento del compiuto, prende vita come un racconto incompiuto indipendente e I Moore sono i Moore non sono i Crimsworth. Forse, scrivendo questo intermezzo, l’autrice aveva già in mente Shirley e dunque possiamo collocarlo cronologicamente tra Jane Eyre e scansione-1Shirley stesso. Tra i due Charlotte rimise le speranze su Il professore, quel romanzo scritto per primo, tanto amato e pubblicato per ultimo, che non voleva modificare. Pur di vederlo stampato andò contro le proprie convinzioni. Ancora una volta Charlotte aveva ragione e gli editori sbagliarono, riparando col senno di poi, quando di Charlotte non rimase che il mito di una donna intellettualmente proiettata nel futuro.

In ultimo ci piace ricordare una piccola chicca vintage. Nel 1931 l’Editrice Sonzogno pubblicò una versione ridotta de Il professore, riportando come autore Miss Currer Bell. Finora abbiamo sempre ritenuto quello pseudonimo di matrice maschile. Ma nel ’31 tutto il mondo già sapeva che dietro quel nome fittizio si nascondeva una donna.

Alessandranna D’Auria

Charlotte Brontë, La storia di Willie Ellin, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 1, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Emma, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 2, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Ashworth, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 3, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, I Moore, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 4, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

L’ultimo tuono della brughiera

I libri di febbraio: letteratura inglese, americana e fantasy

Cari lettori, questo mese ha qualcosa di speciale: festeggiamo l’uscita di tre nuovi libri e il quinto compleanno di flower-ed! Andiamo a conoscere le novità librarie di febbraio.

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Il primo libro che voglio presentarvi è I Moore di Charlotte Brontë. Dopo La storia di Willie Ellin, Emma e Ashworth, con questa pubblicazione si completa il lavoro di traduzione e commento critico degli incompiuti di Charlotte, grazie allo splendido lavoro portato avanti da Alessandranna D’Auria.
Disponibile in ebook e cartaceo dal 13 febbraio.

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La seconda novità riguarda Mattia Spirito e il suo romanzo di vampiri, che sarà pubblicato in traduzione inglese con il titolo After sunset. I lettori italiani lo hanno amato molto e ora vogliamo portarlo all’attenzione di un pubblico internazionale.
Disponibile in ebook dal 20 febbraio.

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Circa un anno fa Louisa May Alcott entrò in casa flower-ed con una piccola biografia scritta da Lurabel Harlow. Ora, con gioia ed emozione, incontriamo nuovamente questa grande scrittrice statunitense con Una ghirlanda per ragazze. Quella che vi proponiamo rappresenta la prima traduzione in italiano dell’opera, finemente realizzata da Riccardo Mainetti.
Disponibile in ebook e cartaceo dal 27 febbraio.

I libri di febbraio: letteratura inglese, americana e fantasy

Charlotte Brontë, Ashworth e un piccolo disegno

ashworthOggi facciamo sbocciare un altro fiore… ed è ancora dedicato alla nostra Charlotte Brontë. Siamo al terzo incompiuto dei manoscritti ritrovati in giro per il mondo. Ma dobbiamo precisarlo, non sappiamo se si tratti davvero di un incompiuto, preferiamo quindi definirlo “incompleto”, perché le parole della nostra amica sono state divise e sparpagliate, così da avere un primo blocco intero di quattro capitoli completi e poi due frammenti, commoventi e che ci rendono speranzosi: forse sì o forse no, qualcuno un giorno troverà i tasselli mancanti e allora, osiamo sperarlo, Ashworth non sarà più un incompleto ma un romanzo intero e con tutta la passione che contraddistingue quel che possiamo leggere in anteprima. Sì, perché quasi l’avesse fatto di proposito, Charlotte ci mette in condizioni di pensare a capolavori in embrione. Chi ha già potuto leggere La storia di Willie Ellin ed Emma, avrà notato che la stesura si interrompe proprio quando viene gettato il seme della trama.

Il testo di Willie Ellin si interrompe quando arriva una misteriosa ragazza pronta ad aiutare lo sfortunato bambino. In Emma restiamo in sospeso perché quello stesso bambino, Willie, ora adulto, è pronto a scoprire il mistero di Matilda che si chiama Emma. E ora, con Ashworth, dopo lunghe presentazioni, dopo i retroscena della famiglia Ashworth, leggiamo tra le righe il rapporto che dovrà instaurarsi fra ben quattro personaggi. Mary Ashworth, ricca e sensibile ereditiera, Amelia De Capell, ricca e frivola ereditiera, Marian Fairburn, ricca e timida ereditiera, e Arthur Ripley West, potenzialmente ricco e scapestrato con gli occhi per scherzo su Marian, con gli occhi per interesse su Amelia, con gli occhi fulminati da amore, ammirazione o stupore per Mary.

E allora, quando leggerete i due frammenti alla fine del libro, farete le vostre supposizioni, disegnerete la trama senza averla letta, immaginerete, con la stessa forza di Charlotte, un amore difficile, come tutti quelli che intesseva colmi di dolore, afflizione, prove da superare. Non è amore senza dolore… tutto si paga nella vita!

16237668_1590245754324785_1246339084_nMa questo manoscritto è singolarmente prezioso per un altro elemento. A margine di uno dei fogli vi è un disegnino fatto da Charlotte. Si tratta di uno schizzo veloce di mezzo viso, solo gli occhi di un volto probabilmente femminile. Questo ci ricorda che da ragazzina aveva sognato anche una carriera da artista come il fratello Branwell. Aspirazioni adolescenziali, sogni irrealizzabili, talento lasciato libero e senza guida… Charlotte amava dipingere ad acquerello e amava dare un volto su carta ai suoi eroi di Angria, il lunghissimo ciclo narrativo che ha dato vita a molte altre storie ormai perdute. Il ritratto del suo adorato Zamorna, i ritratti delle sue donne erano visioni che seppe trasferire sul foglio, con quel piccolo set di acquerelli che ancora possiamo vedere conservato nel Parsonage di Haworth.

Ve lo dice chi ama il disegno sopra ogni cosa: essere capaci di disegnare un pensiero è un grande dono. È un dono che tiene compagnia, è sapere che in ogni istante del giorno si può prendere quel foglio, guardarlo e dire: ecco… lui, lei, loro sono la mia vita.

Ecco, dunque, che il disegnino di Ashworth è un piccolo dono a se stessa e a noi. Non è certo bellissimo, ma il suo valore è nel significato: Charlotte ci dice qualcosa in più di lei, che l’arte le scorreva nelle vene, che avrebbe potuto essere una famosa artista, che quel desiderio fu oscurato dalla carriera pensata per il fratello e mai decollata e ancora dell’inutile sacrificio; lei che disegnava, sognava, scriveva, oggi, con un semplice disegnino, ci invita inconsapevolmente, involontariamente a fare lo stesso… ad aspirare sempre a qualcosa. Così completiamo il suo pensiero non scritto o scritto e perduto: è un gioco che continua col quarto e ultimo degli incompiuti, in arrivo prima di quanto crediate. E facciamoli sbocciare con onore questi fiori della brughiera che parlano ancora una volta, anche in italiano…

Alessandranna D’Auria

Charlotte Brontë, La storia di Willie Ellin, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 1, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Emma, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 2, flower-ed 2016 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Ashworth, traduzione e cura di Alessandranna D’Auria, coll. Five Yards, vol. 3, flower-ed 2017 – ebook e cartaceo

Charlotte Brontë, Ashworth e un piccolo disegno

I libri di gennaio, tra fantasy e letteratura inglese

Cari lettori, apriamo il 2017 con un mese ricco di novità librarie: un mese tutto al femminile che ci porta a viaggiare indietro nel tempo attraverso il fantasy, la narrativa inglese e la saggistica, per mano di tre autrici che conoscete già molto bene.

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Il primo libro che voglio presentarvi è il nuovo romanzo di Giusy Amoruso, una scrittrice piena di talento che sta facendo un percorso bellissimo in flower-ed, cominciato con la pubblicazione di Angeli dannati nel 2014 e giunto fino all’insegnamento di Scrittura creativa nella nostra Scuola di Editoria Digitale. Ci offre ora il suo nuovo lavoro dal titolo pieno di rimandi e suggestioniNon avrai altro Dio allinfuori di me.
Disponibile in ebook e cartaceo dal 16 gennaio.

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La seconda novità riguarda la collana Five Yards, che ospita testi classici della letteratura inglese e americana in traduzione italiana. Alla fine del 2016 sono usciti i primi due volumi, La storia di Willie Ellin ed EmmaAshworth è un romanzo incompiuto di Charlotte Brontë, tradotto ora per la prima volta in italiano da Alessandranna D’Auria, che ha curato anche l’apparato critico dell’opera. Per la copertina abbiamo scelto un motivo floreale con i colori delle tradizionali ceramiche inglesi. Non è incantevole?
Disponibile in ebook e cartaceo dal 23 gennaio.

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La terza pubblicazione di gennaio apre le celebrazioni per il Bicentenario di Jane Austen. Mara Barbuni, autrice del saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, ci porta questa volta alla scoperta dei significati del mondo domestico espressi dalla biografia e dalla narrativa di Jane Austen, osservando le sue “case” non solo in qualità di scenografia delle sue storie, ma anche come rappresentanti di un’epoca, da un punto di vista estetico, storico e sociale.
Disponibile in ebook e cartaceo dal 30 gennaio.

Grazie per avermi letto fin qui. Vi aspetto tra le pagine dei nostri libri,

Michela Alessandroni

I libri di gennaio, tra fantasy e letteratura inglese

Sulla noia e sul mestiere di scrivere

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Seguo due semplicissime regole:
a) non sono obbligato a scrivere
b) non posso fare niente altro.
Il resto viene da sé.

Raymond Chandler

Qualcuno mi chiede, di tanto in tanto, com’è scrivere un romanzo. Qual è il segreto.

La domanda mi spiazza ogni volta, e i miei neuroni si affannano a cercare una risposta coerente e intelligibile, che il più delle volte fallisco miseramente. Provo così a scriverla, nella speranza di poterla chiarire meglio (e anche per poter comodamente indicare il link all’articolo la prossima volta che mi dovesse essere chiesto).

Molti valenti scrittori, molto più abili e capaci di me, hanno dato saggi consigli sulla scrittura, o le loro note biografiche sono state setacciate alla ricerca dei loro riti quotidiani. Come scrivere, quale momento della giornata preferire, quale supporto: matita o penna stilografica, macchina da scrivere o portatile, un quaderno ad anelli o fogli sparsi. Perfino quale vestiario indossare. Gli scrittori sono superstiziosi, si sa, perciò una volta trovato un metodo che funziona, esso viene eretto a sistema e seguito alla lettera senza variazioni (a proposito, lo sapevate che Virginia Woolf scriveva stando in piedi?).

La cosa interessante però, non sono tanto i consigli sulle loro abitudini e manie, che siano essi elargiti generosamente o spiati con ingordigia, ma il loro comune denominatore: nessuno è uguale all’altro.

Ognuno è diverso, ed è proprio lì che a mio avviso risiede la loro importanza.

Ciò che io ne ho dedotto è: “trova il tuo, trova ciò che funziona, e usalo”.

Col tempo, sul campo, ho imparato a mie spese che non esiste una formula magica che valga sempre e per tutti. Ognuno trova la propria strada.

Io, da parte mia, credo che l’ingrediente fondamentale per la creazione, il primo, quello che precede e informa di sé tutti gli altri, sia la noia.

Se non mi annoiassi non avrei lo spazio emotivo e intellettuale per creare qualcosa.

La mia non è nemmeno una idea tanto originale. Già Auden scriveva nella sua poesia “Il romanziere”: il poeta può “scatenarsi come un ussaro”, mentre il romanziere deve “fare sua tutta la noia”.

Credo che la noia sia un sentimento sottovalutato.

Nel nostro quotidiano ci sembra normale avere la giornata piena di impegni, passare freneticamente da uno stimolo a un altro, necessitare di quell’adrenalina che ci danno le nostre infinite scadenze, essere multitasking facendo cose diverse contemporaneamente.

Ci affanniamo dietro qualsiasi cosa, che sia esso un appuntamento improrogabile, il traffico in città, gli impegni familiari o le notifiche delle applicazioni social.

Eppure, l’abitudine al vuoto è un ingrediente per me importante per permettere al mio vero Sé, quello interiore, di emergere.

Perciò, il mio segreto per scrivere è questo: la noia. E con noia intendo: nessuna distrazione.

Una volta scelto il tempo da dedicare alla scrittura, sia esso un quarto d’ora, un’ora, due ore al giorno o un intero fine settima, faccio in modo che quello sia un tempo di qualità.

Un tempo pulito.

Checché se ne pensi, la noia non si ottiene facilmente.

Non in una società in cui dopo l’orario di lavoro c’è il corso d’inglese nei giorni pari e nuoto in quelli dispari, le pulizie di casa il sabato e la mostra la domenica, dove non è mai data alcuna possibilità di contemplare la vita, invece di viverla ignari di starla vivendo.

Nella citazione che ho riportato all’inizio di questo articolo, Chandler mi fa capire a chiare lettere che la sa lunga sul mestiere di scrivere.

Quando si ha qualcosa da dire e si decide di comunicarla sotto forma di romanzo allora è necessario, banalmente, che si scriva sempre, tutti i giorni (“trenta minuti ogni giorno, ogni dannato giorno”, diceva Terry Pratchett o “due righe sole, almeno” come incitava Buzzati).

Come? Ce lo ha già detto Chandler.

Quando si è lì, in quel tempo e in quel luogo dedicati alla scrittura, non si deve fare niente. Bisogna annoiarsi.

Perciò niente notifiche, telefonate, attività collaterali, hobby o incontri con amici e parenti, cosicché possa emergere la voce interiore, la nostra vera voce.

Certo, scrivere un romanzo prevede anche tante altre cose: dedizione, disciplina, tecnica, costanza, determinazione, fiducia in sé stessi ma soprattutto tenacia.

Eppure il mio romanzo non esisterebbe senza la noia.

Non vorrei essere fraintesa: siamo tutti grati per il benessere e le straordinarie innovazioni tecnologiche che ci semplificano e migliorano la vita, solo che ci sono usi e usi. Laddove una lavatrice ci regala tempo che dovremmo spendere altrimenti a lavare fisicamente i panni a mano, il web ce ne sottrae (credo sia possibile fare a meno di conoscere le frequenze delle vocalizzazioni dei gibboni).

Incredibile cosa accade quando disattivo le notifiche allo smartphone, non rispondo al telefono, non controllo le mail e mi nego ad amici e familiari.

Mi verrebbe da rispondere a quelli che mi danno per dispersa la citazione di Joseph Conrad: “come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Ma la cosa più incredibile è che proprio quella noia, quell’assenza di distrazioni, mi porta un sacco di entusiasmo. Fa piazza pulita di ciò che non serve, di ciò che distrae senza condurre assolutamente a nulla.

Giorno dopo giorno, un passo alla volta e una parola dietro l’altra, c’è da combattere contro i demoni interiori e contemporaneamente contro le scadenze e gli impegni che si accumulano e diventano incalzanti proprio in prossimità del momento in cui devo scrivere.

Non importa.

C’è bisogno che io continui ad annoiarmi, a creare quello spazio di vuoto, fosse anche composto di soli quindici minuti, e a difenderlo.

Continuare a scrivere, ad annoiarmi e a scrivere, e così via fino alla fine.

E questo, credo, valga per tutto.

Buona noia.

Rosanna Spinazzola

Sulla noia e sul mestiere di scrivere

Jane Austen in flower-ed

Nel giorno della nascita di Jane Austen, “artista più perfetta tra le donne”, festeggiamo con i nostri lettori preannunciando l’uscita di un nuovo libro della collana Windy Moors. Con grande emozione e tanta soddisfazione, vi proponiamo in anteprima la copertina della nuova opera di Mara Barbuni, “Le case di Jane Austen”. Il saggio sarà una delle prime pubblicazioni di flower-ed del nuovo anno.

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Jane Austen in flower-ed